La Strada del Radicchio Rosso di Treviso e
Variegato di Castelfranco Veneto

L’area di
produzione del Radicchio Rosso di Treviso e Variegato
di Castelfranco Veneto è sicuramente una delle
più ricche di beni storici e paesaggistici dell’intera
pianura veneta e, probabilmente, dell’intera pianura padana.
Ciò è
dovuto sia alle sue peculiarità ambientali sia, ancor più,
alle vicissitudini storiche che l’hanno interessata e che
hanno lasciato tracce più o meno importanti nel paesaggio
e nell’assetto territoriale.
Riguardo agli aspetti
ambientali va in primo luogo citato il Sile che
è il più lungo fiume di risorgiva d’Europa.
La sua importanza naturalistica ha indotto la Regione Veneto ad
istituirvi un Parco Regionale a testimonianza della sua rilevanza
non solo nazionale.
Il Sile oltre all’indubbio
valore naturalistico, è ricchissimo di testimonianze storiche
e culturali quali ad esempio i numerosi mulini, gli attracchi
per le imbarcazioni, le alzaie lungo le sponde che un tempo servivano
al transito dei buoi che trainavano le imbarcazioni (i tradizionali
“burci”) controcorrente, le splendide ville sorte
lungo le sue sponde, e, più di recente, le industrie molitorie
che costituiscono importanti testimonianze dell’archeologia
industriale.
Oltre al Sile, dal
punto di vista naturalistico non vanno dimenticati altri numerosi
corsi d’acqua minori né alcune interessanti zone
di risorgiva quali le Fontane Bianche in località Lancenigo
di Villorba, o le sorgenti della Storga, nei pressi dell’ex
ospedale psichiatrico a Nord di Treviso. Va anche ricordato che,
lo stesso fiume Piave, delimita ad Est l’area di produzione.
Infine, sempre per
quanto riguarda le zone umide, pur essendo praticamente scomparse
le paludi che un tempo occupavano una parte importante della bassa
pianura (se si eccettuano alcuni relitti posti lungo il Sile),
l’abbandono dell’attività estrattiva in alcune
cave di argilla ha consentito di ricreare ambienti simili dal
punto di vista naturalistico (ad esempio a Noale, Salzano e Martellago)
la cui importanza ha indotto la Regione Veneto ad inserirle nel
Parco Regionale.
Come osservato, la peculiarità del territorio in esame
deriva, in notevole misura, dagli interventi che l’uomo
ha realizzato nel tempo che, stratificandosi, hanno concorso a
determinare il paesaggio attuale.
La più antica testimonianza archeologica ancora visibile
nel territorio è, probabilmente, costituita dalle Motte
di Castello di Godego, una struttura fortificata risalente forse
all’età del bronzo.
Ben più
ampie e numerose sono le vestigia di epoca romana.
Vanno, in primo luogo, ricordate le strade: la via Postumia, la
via Claudia Augusta e la via Aurelia. Vi sono, inoltre, almeno
due agri centuriati ancora chiaramente individuabili. Il primo,
più ben conservato, è il graticolato romano che
si trova ai confini tra la provincia di Padova e di Venezia, compreso
tra la Statale del Santo (SS 307-l’antica via Aurelia che
congiungeva Padova ad Asolo e costituiva il decumano) e Mirano.
Il fiume Musone separava la centuriazione padovana da quella di
Altino, di cui permangono solo alcune tracce visibili nell’orientamento
delle strade.
Infine, va ricordata
la centuriazione di Asolo che giungeva fino all’area delle
sorgenti del Sile e i cui segni sono ancora abbastanza ben visibili
tra Castelfanco e Riese Pio X.
Non meno rilevanti
sono le testimonianze d’epoca medioevale.
In primo luogo vanno ricordate Castelfranco, che conserva intatta
la sua cinta muraria merlata, e Noale, di cui si è conservata
la Rocca dell’originario castello dei Tempesta.
Un altro esempio
di castello, sia pure ingentilito nelle forme per la successiva
trasformazione in villa, si incontra nella vicina Stigliano. Infine
vanno ricordate le torri medioevali presenti a Treviso, tra cui
una appartenuta alla famiglia dei Tempesta di Noale (l’attuale
campanile del Duomo).
A partire dal Medioevo vengono avviate due iniziative che finiranno
per segnare profondamente l’assetto di tutto il territorio:
la diffusione dell’irrigazione e la bonifica delle aree
paludose. L’opera di derivazione idrica più importante
realizzata nell’alta pianura trevigiana fu la Bretella,
che attingeva l’acqua dal Piave in località Pederobba
per poi condurla, tramite una fitta rete di canali, in tutto il
territorio posto tra il Sile ed il Montello.
Lo sviluppo dei
borghi rurali, la diffusione delle ville venete, seguì
o condizionò in buona parte la struttura della rete di
adduzione dell’acqua che, oltre a contribuire allo sviluppo
dell’agricoltura, favorì la nascita di attività
di tipo protoindustriale (mulini, magli, ecc.).
Come si è
detto, in parallelo, nella bassa pianura furono via via bonificate
le paludi, intervento che ebbe un notevole incremento a seguito
del sempre maggiore interesse manifestato dalla nobiltà
veneziana per l’agricoltura. Tale fenomeno fu dettato dal
venir meno del ruolo del Mediterraneo come via commerciale privilegiata
tra l’oriente e l’occidente e dalle crescenti difficoltà
incontrate dalla Serenissima a contrastare l’avanzata dell’Impero
Ottomano. I patrizi veneziani iniziarono, perciò, a dedicarsi
sempre di più alla coltivazione dell’entroterra.
E’ a partire
dal ‘500 che inizia la progressiva diffusione della villa
veneta che, in origine, costituiva in prevalenza un centro aziendale
e, solo successivamente, si trasformò in luogo di svago
e di villeggiatura. Le ville presenti nel territorio di produzione
del radicchio sono numerosissime ed alcune di grandissima rilevanza
architettonica: basti ricordare le due ville palladiane: Emo a
Fanzolo (Vedelago) e Corner a Piombino Dese, la villa Marcello
a Levada, la villa Corner della Regina a Vedelago, oppure, infine,
le numerose ville poste lungo il Terraglio tra Mestre e Treviso.
Accanto alla diffusione
della villa vi è stato un interessantissimo fenomeno di
realizzazione di parchi che, specie nell’800 e fino ai primi
del ‘900 ha visto la creazione di estesi parchi alcuni dei
quali sono attualmente fruibili e aperti al pubblico.
A partire dall‘800,
in tutta l’area, sono andate diffondendo attività
industriali e alcuni opifici che costituiscono attualmente interessanti
esempi di archeologia industriale. Si può, ad esempio,
ricordare al riguardo la filanda di Salzano o quella di Campocroce
a Mogliano Veneto.
Da ultimo vanno ricordati almeno due importanti luoghi
di culto: il primo è costituito dal Santuario
del Noce e della Visione a Camposampiero legati al culto di S.
Antonio; il secondo è la casa natale di S. Pio X a Riese
Pio X ed il piccolo museo dedicato al Santo a Salzano.
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La Strada
del Radicchio è un progetto sviluppato attraverso
tre percorsi tematici disposti in senso Est-Ovest.
Il primo
“La civiltà dell’acqua da
Treviso a Castelfranco Veneto”: posto più
a Nord, segue il tracciato del Sile idealmente da Treviso (o più
propriamente da Casier) alle sorgenti, per poi proseguire verso
Castelfranco in un’area ove è presente una fitta
rete irrigua di origine medioevale. Si tratta quindi di un tratto
dalla forte valenza ambientale e storico-culturale il cui elemento
centrale può essere identificato con l’acqua.
Il secondo
“Le terre del radicchio di Treviso”:
attraversa l’area di maggiore diffusione della produzione
e, partendo da Casier e Preganziol, i comuni dove storicamente
si è sviluppata la coltivazione del radicchio, congiunge
i comuni di Zero Branco, Scorzè e Trebaseleghe.
Il terzo
“La campagna veneta dall’epoca romana
alla Serenissima”, posto a Sud, infine, è
delimitato nella sua parte più meridionale dal decumano
del graticolato romano e comprende ad Ovest l’antica via
Aurelia e ad Est un tratto del Terraglio.

Vediamoli
in dettaglio:
Primo itinerario: la civiltà dell’acqua da Treviso
a Castelfranco Veneto - torna su

Treviso costituisce
necessariamente il punto di partenza per la visita della strada
del radicchio rosso: è alla città che deve probabilmente
la sua fama, alle numerose manifestazioni che hanno cercato di
valorizzarne la conoscenza sui mercati nazionali e internazionali.
La stessa immagine del radicchio è indissolubilmente legata
a quella della piazza dei Signori ed alla Torre civica che su
essa campeggia. La prima mostra del radicchio fu infatti organizzata
nel 1900 proprio sotto il palazzo dei 300.
Del resto la città è nata in simbiosi con le acque
del Sile e dei suoi affluenti e si specchia sulle stesse acque
di risorgiva che sono impiegate per l’imbianchimento del
radicchio. Come testimoniato ancor oggi dagli attracchi che si
incontrano lungo le rive del fiume nei pressi dell’ex ospedale
dei Battuti, il Sile era la principale via di comunicazione tra
la città e Venezia e, con ogni probabilità, da qui
partivano i radicchi per essere venduti in passato sui banchi
di Rialto.
La città è ricca di monumenti e d’opere d’arte
la cui descrizione esula gli scopi della presentazione del tracciato
della strada. Tra tutti basti ricordare la Piazza dei Signori
e il Palazzo dei Trecento, la Loggia dei Cavalieri, il Duomo,
le Chiese di San Nicolò con lo splendido capitolo dei Domenicani
affrescato da Tomaso da Modena, Santa Caterina, San Francesco,
la chiesetta di Santa Lucia, Santa Maria Maggiore, il Museo Bailo,
le interessanti mura cinquecentesche e le moltissime dimore affrescate
che si affacciano sulle principali strade cittadine.
Usciti da Treviso
seguendo il corso del fiume, a S. Maria del Sile si potrà
raggiungere la sede del Parco a Villa Letizia, da cui si prosegue
per Quinto di Treviso dove si possono ancora vedere alcuni interessanti
complessi molitori (mulini Grendene, Bordignon, Favaro e Rachello).
Nel centro di Quinto vi è pure villa Ciardi, dimora dei
pittori Guglielmo e Beppe Ciardi.
Il cammino riprende, lungo la sponda destra del fiume, fino a
S. Cristina ove si trova l’Oasi naturalistica del Mulino
Cervara, una vasta area palustre di 25 ettari che, con i 15 ettari
della vicina Palude del Barbasso, costituisce una delle più
importanti zone umide del Parco Naturale Regionale del Fiume Sile.
Questo luogo ha
da sempre attirato l’uomo per la sua ricchezza di acque
e risorse naturali, infatti il Mulino di Cervara, oggi porta di
accesso dell’Oasi, era già funzionante nel 1325.
Dopo un lungo periodo di abbandono è stato recentemente
restaurato e messo in grado di funzionare anche se solo a fini
didattici. All’interno dell’esteso canneto, che occupa
buona parte del cuore interno dell’Oasi, trovano rifugio
molte specie di uccelli che vi svernano o nidificano, tra cui
il Martin pescatore, l’Airone cenerino, il Porciglione,
il Tarabusino, il Tuffetto, la Cannaiola, il Pendolino, il Germano
reale, l’Alzavola ed il Cigno reale. Dove il terreno è
più asciutto, al canneto si sostituisce il bosco igrofilo
costituito da Ontano nero, Pioppo e Salice bianco. Dai primi anni
’80, un’area boscosa all’interno dell’Oasi
accoglie una grande colonia di aironi (garzaia) nella quale si
contano circa 200 nidi di Airone cenerino, Nitticora e Garzetta.
Una notevole varietà di piante e fiori delle zone umide
si può ammirare all’interno dell’Orto Botanico,
nel quale sono state raccolte e classificate circa 50 specie vegetali,
alcune delle quali rare e preziose come il Trifoglio fibrino e
il Giunco fiorito. Nell’Oasi è presente un interessante
percorso naturalistico e culturale che consente l’osservazione
dell’avifauna da appositi appostamenti.
Attraversato il
ponte sul Sile si passerà nella sinistra idrografica del
fiume e merita sicuramente una visita la splendida pala d’altare
della Chiesa di Santa Cristina opera di Lorenzo Lotto.
Subito dopo il centro di S. Cristina, seguendo un itinerario estremamente
suggestivo che si dipana tra radure e pioppeti, si raggiungerà,
dopo aver attraversato nuovamente il Sile, Morgano e di qui Badoere
dove Angelo Badoer fece erigere, nel 1756, una villa padronale,
distrutta da un incendio nel 1920, in prossimità della
quale venne realizzata un’originale Rotonda costituita da
due emicicli porticati destinati a mercato permanente, autorizzato
nel 1689 dalla Serenissima, per lo scambio e la vendita di prodotti
agricoli e centro di servizi artigianali. Il complesso, pregevole
architettura settecentesca, è una successione modulare
di botteghe al piano terra che ospita abitazioni ai piani superiori.
Particolarmente interessanti sono i serramenti delle botteghe,
che, apribili a ribalta verso l’alto, fissati con ganci
al soffitto, fungevano da vetrina. Il mercato che si svolgeva
tra queste arcate è stato ritratto in alcuni dipinti di
Gugliemo Ciardi.
Riprendendo il percorso
si raggiunge ora Levada, frazione di Piombino Dese, ove sorge
Villa Marcello, antico edificio di origine cinquecentesca, ricostruito
nel 700. Esso costituisce uno degli esempi meglio conservati di
villa settecentesca, simbolo di una reviviscenza dell’arte
palladiana. Il corpo centrale, su due piani, è scandito
da semicolonne ioniche nella parte superiore ed è coronato
da un elegante timpano; la parte inferiore, decorata a bugnato
rustico, si collega con barchesse laterali che racchiudono all’interno
un giardino all’italiana caratterizzato da uno sviluppo
rigidamente geometrico; il parco circostante è decorato
con statue, peschiera e piante ad alto fusto. Il viale d’accesso
parte da un fastoso cancello sormontato dal corno ducale (simbolo
della fama raggiunta dai Marcello) e prosegue tra le due ali porticate
fino alla scalinata d’ingresso. Il maestoso salone centrale,
sviluppato su due piani, è arricchito da affreschi del
1736 di G.B. Crosato. Di grande interesse anche l’ampio
parco attualmente visitabile.
Superata Levada,
dopo breve tragitto si volterà a destra verso Casacorba
e si attraverserà l’area ove nasce il fiume. Si tratta
nuovamente di un percorso suggestivo, immerso nel verde, dove
sono ancora presenti siepi e alberature lungo i numerosi fossati.
Giunti a Casacorba, percorrendo via Santa Brigida, si troverà
una strada bianca (da percorrere a piedi) che si diparte sulla
sinistra. Poco oltre si scopre, sempre sulla sinistra, un largo
sentiero che si inoltra deciso tra le piante che lo contornano.
Si potranno così raggiungere le sorgenti del fiume. Il
fiume nasce da una pluralità di piccole risorgive purtroppo
in parte interrate in passato. Interessante anche la permanenza,
nei pressi delle sorgenti, di un’area prativa sistemata
a campi chiusi ove i prati stabili sono circondati da siepi miste
composte da alberi d’alto fusto e cespugli.
Da Casacorba ora
il cammino riprende verso Nord. Prima di entrare a Cavasagra (frazione
del comune di Vedelago) si incontra sulla sinistra villa Corner
della Regina, fatta costruire dai nobili veneziani Corner. Venne
restaurata nel 1717 dall’architetto Giorgio Massari ma subì
un radicale ampliamento nel 1770 ad opera di Giovanni Miazzi e,
successivamente, di Francesco Maria Preti.
Il sontuoso edificio a tre piani presenta, in facciata, un maestoso
portico in stile palladiano, retto da quattro colonne giganti
di ordine dorico, al quale si accede tramite un’ampia scalinata.
Il piano nobile è scandito da finestre centinate, perfettamente
simmetriche alle aperture quadrate del piano superiore. Ai lati
della villa due semplici serre fanno da giunzione tra il corpo
centrale ed una barchessa ad arcate (il progetto del Preti prevedeva
la realizzazione di due barchesse simmetriche ma di quella di
sinistra non è rimasta traccia). Davanti alla villa è
ancora presente lo stradone alberato che generalmente si dipartiva
dalle ville venete maggiori in quattro direzioni.
L’itinerario riprende nuovamente verso Nord. In questo tratto
di strada si potranno osservare nella campagne interessanti esempi
dell’antica sistemazione a piantata in cui gli appezzamenti
sono suddivisi da filari di gelsi che talvolta sostengono ancora
le viti.
Superata Fossalunga
si raggiungerà l’antica Postumia Romana, si girerà
a sinistra e, dopo poco a destra per raggiungere Barcon dove sorge
la Barchessa di villa Pola . Nel 1718 i conti Pola commissionarono
all’architetto veneziano Giorgio Massari un complesso architettonico
articolato intorno ad una sontuosa villa d’impianto palladiano
costituita da un corpo centrale affrescato da Gian Battista Canal
e da due barchesse. Ad oggi dell’intero complesso rimane
la sola Barchessa di Ponente poiché i Pola, oberati dalle
tasse che gravavano sulla villa, decisero di abbattere l’edificio
circa trent’ anni dopo la sua costruzione.
La barchessa ad
Occidente è scandita da dieci arcate con colonne di ordine
dorico ed è recentemente stata sottoposta ad un attento
intervento di restauro. Da Barcon si proseguirà per Fanzolo
ove sorge la palladiana villa Emo. Prima di raggiungere la villa
si potrà osservare lungo l’itinerario la presenza
delle canalette irrigue che adducono l’acqua del consorzio
Bretella di Pederobba la cui realizzazione risale al 400. Il titolo
originario di concessione della derivazione dal Piave dell'acqua,
che alimenta i canali del Consorzio "Brentella di Pederobba",
risale alla prima metà del secolo XV, è, cioè,
costituito dalle Terminazioni della Repubblica Veneta in data
22 marzo 1436, 17 novembre 1446, 14 marzo 1536 nonché dal
riconoscimento emesso dalla Prefettura del Tagliamento con ordinanza
30 aprile 1811, mentre le assegnazioni dell'acqua a favore dei
singoli Comuni vennero disposte dal Podestà di Treviso,
Michele Salomonio, con la sentenza 19 marzo 1503, che venne approvata
con la Ducale 29 aprile 1507.
Villa Emo fu progettata
da Andrea Palladio che, nel 1560, fu incaricato dal nobile Leonardo
Emo di progettare una residenza di campagna. Il Palladio realizzò
un grandioso complesso, sviluppato orizzontalmente e formato dalla
villa padronale, a forma di parallelepipedo, e da due barchesse
laterali composte da undici arcate su pilastri e terminanti in
due colombaie a forma di bassi torrioni, suggestivo richiamo alle
affascinanti torri medioevali. Dal punto di vista architettonico,
villa Emo richiama lo schieramento di porticati e la perfetta
fusione tra corpo dominicale e parte rustica tipici di villa Barbaro
a Maser. La villa padronale è caratterizzata al piano terreno
da uno zoccolo con piccole finestre quadre e da una rampa, interrotta
a metà percorso, che conduce ad un pronao formato da quattro
colonne di ordine tuscanico con un ampio intercolumnio. Il timpano,
posto a coronamento del pronao, è ingentilito da altorilievi
attribuiti ad Alessandro Vittoria che riproducono lo stemma della
famiglia Emo, retto da due Vittorie alate. In questo elegante
complesso coesistono con mirabile armonia i più alti motivi
ispiratori dell’architettura in villa cinquecentesca, ossia
la contrapposizione tra l’aristocratica sobrietà
della residenza padronale e la dignità senza eccessi delle
barchesse e degli annessi rustici.
Dopo Fanzolo, proseguendo
verso Ovest ci si addentra in un territorio in cui sono ancora
visibili gli allineamenti stradali dell’antica centuriazione
romana. Si giungerà quindi all’antica via Aurelia,
l’asse stradale che più a Sud costituisce il cardo
della centuriazione posta tra le province di Padova e Venezia.
Si percorrerà ora un breve tratto della strada che anticamente
congiungeva Padova ad Asolo e la si abbandonerà per raggiungere
Riese Pio X ove si potrà visitare la casa natale di S.
Pio X. La casa venne donata da Maria Sarto, sorella del Papa,
al Comune di Riese nel 1926. Essa conserva suppellettili domestiche
della famiglia Sarto. Sul lato Sud venne costruito nel 1935, in
occasione del centenario della nascita di Pio X, il museo dedicato
al Santo: questo conserva molteplici cimeli appartenuti al Pontefice.
Il complesso fu restaurato nel 1985 in occasione della visita
di Papa Giovanni Paolo II ed è visitato ogni anno da circa
10.000 persone. Sempre a Riese Pio X si trova villa Eger, costruita
nella metà del ‘700, avente facciate che richiamano
la regola neoclassica: un’opera di grande prestigio artistico
ed architettonico dell’arch. Andrea Zorzi. Dietro la Villa
si estende un ampio parco in cui sorge un’Arena estiva:
uno splendido anfiteatro di 800 posti, immerso nel verde, che
ospita una delle più ricche ed attese rassegne cinematografiche
estive ed è sede di importanti manifestazioni culturali
e musicali della provincia trevigiana . La villa è anche
sede del Municipio.
Abbandonato Riese
Pio X la strada ora attraversa i “prai” di Castello
di Godego, una vasta area di notevole interesse paesaggistico
e ambientale caratterizzata ancora da vaste estensioni di aree
prative delimitate da fossati sulle cui rive si trovano siepi
di vario tipo. Nell’area dei prai si trovano alcuni sentieri
naturalistici che possono consentire la visita di questo tratto
assai interessante della campagna trevigiana, che, per le sue
peculiarità ambientali, è stata inclusa nella Rete
Natura 2000. Giunti a Castello di Godego meritano sicuramente
una visita villa Martini e villa Priuli. Villa Martini, il cui
nome si identifica con la “Villa di Godego”, è
un luogo complesso, appartenente a varie epoche, dal XV al XVIII
secolo.
La villa è
dislocata ortogonalmente rispetto alla centrale via Marconi, verso
la quale si affaccia con la parte settecentesca di rappresentanza.
Essa fu costruita, intorno alla metà del ‘700, dall’
architetto Francesco Maria Preti che realizzò un edificio
dalla linee semplici e classicheggianti. Particolarmente grazioso
è l’oratorio della villa, risalente al XVIII secolo,
che ripete, in tono più modesto, la facciata di rappresentanza.
Il complesso architettonico è tutto cinto da mura e comprende
un grande parco con laghetto.
Villa Priuli è quanto resta di un grandioso complesso di
villa-castello, che si estendeva fino alla piazza del Comune.
Il corpo centrale, detto “il palazzon”, interamente
affrescato da Paolo Piazza, fu abbattuto intorno alla metà
del ‘700. L’edificio attualmente rimasto presenta
tre facciate ornate da altrettanti poggioli barocchi in pietra
e da tre grandi portali ad arco che conducono all’originale
salone “a T” del piano rialzato. Fino al 1974 la villa
era circondata da un muro di cinta e da diversi edifici minori
tra i quali una barchessa affrescata del ‘500 ed un forno
del ‘400. Attualmente l’edificio è sede della
Biblioteca Comunale.
Lasciato Castello
di Godego, la strada costeggia ora nuovamente i prai e, dopo aver
passato la località Bella Venezia, si giungerà a
Castelfranco ancora circondata dalla bella cinta di mura merlate.
Il castello che ingloba l’abitato originario fu realizzato
dal 1195 al 1199 come avamposto militare-amministrativo della
città di Treviso. Le mura sono lunghe complessivamente
930 metri e conservano ancora 6 delle 8 torri originarie. Delle
quattro porte, la meglio conservata è quella rivolta verso
Treviso con orologio e leone Marciano. Tutta la cinta muraria
è circondata da un fossato che deriva le proprie acque
dal Musone.
All’interno del borgo, che merita una visita nel suo complesso,
va in primo luogo ricordata la Casa Pellizzari. L’edificio,
comunemente noto come Casa del Giorgione, ospita in una sala del
primo piano un fregio attribuibile al grande artista con quasi
totale certezza. L’opera, densa di significati allegorici,
è un affresco monocromo bruno-ocra che raffigura, in una
sequenza apparentemente inventariale, oggetti riferiti alle arti,
alle scienze ed alle professioni, intervallati da motti in lingua
latina desunti dalla Bibbia e dal Bellum Catilinae di Sallustio.
I sottintesi allegorici
a cui la fascia rimanda hanno alimentato nei secoli numerose letture
interpretative. Tra queste la più accreditata ravvisa,
come filo conduttore del fregio, la caducità della vita
umana e l’esaltazione della fama e della virtù attraverso
le Arti Liberali.
Nei pressi della Casa del Giorgione si trova il Duomo. L’attuale
edificio sorge al posto della romanica “chiesa di dentro”
e fu costruito nel 1723 dall’allora giovanissimo architetto
Francesco Maria Preti. All’interno l’architetto applicò
la teoria media armonica proporzionale, infatti, l’altezza
della navata è media armonica tra la sua lunghezza e la
sua larghezza.
Il Duomo fu aperto
al culto nell’Aprile del 1746, quando ancora non erano state
realizzate la cupola e l’atrio progettati dal Preti. Solo
intorno al 1892, fu inoltre aggiunta la facciata ad opera dell’ingegner
Pio Finazzi. La chiesa, a navata unica con cappelle laterali,
è ispirata nell’articolazione degli spazi ed in alcuni
particolari architettonici alla chiesa del Redentore, costruita
dal Palladio a Venezia. Tuttavia ciò che maggiormente contraddistingue
e valorizza il Duomo è il fatto che esso custodisca ed
ospiti, a destra del presbiterio, la famosissima “Pala del
Giorgione”, opera commissionata al pittore dal condottiero
Tuzio Costanzo in memoria del figlio Matteo, soldato della Repubblica
Veneta morto in combattimento. Oltre alla famosa pala, il Duomo
ospita notevoli opere di Palma il Giovane, Paolo Piazza, Giovanni
Battista Ponchini e Giuseppe Bernardi detto il Torretto. Anche
nella Sagrestia si possono ammirare sette frammenti degli affreschi
che il Veronese dipinse per Villa Soranzo a Treville, demolita
nei primi anni dell’Ottocento e notevoli dipinti di Palma
il Giovane e Jacopo da Bassano.
Altri monumenti di grande interesse sono il Monte di Pietà,
il Teatro Accademico e la Villa Revedin-Bolasco.
Monte di Pietà
Il Monte di Pietà dalla sua fondazione, il 23 aprile del
1493, fino agli inizi del secolo XIX, ospitò gli uffici
e i magazzini dei pegni del Monte di Pietà di Castelfranco
situato di fronte all'attuale Municipio, già Palazzo del
Podestà veneziano. Già alla fine del XVIII secolo,
la vecchia struttura del Monte si presentava quasi rovinosa e
di pochissima sicurezza. All'inizio dell'Ottocento fu individuata
una nuova sede del Monte. Impreziosito da lapidi e fasce in affresco
del secolo XVI, è attualmente la sede della nuova biblioteca
comunale.
Teatro accademico
L’edificio fu realizzato tra il 1754 ed il 1780 dall’architetto
Francesco Maria Preti, ad eccezione dell’atrio e della facciata
che furono aggiunti tra il 1853 ed il 1858 dall’ingegner
Antonio Barea che compì anche una ristrutturazione interna
finalizzata alla messa in scena di opere liriche. L’originalità
architettonica del teatro consiste nella duplice funzione di sala
teatrale per spettacoli serali ed aula per le riunioni diurne
degli Accademici. Nella progettazione dell’edificio il Preti
applica la regola matematica della media armonica proporzionale,
che permette di ottenere un’ acustica ottimale. All’interno,
tra il proscenio e l’emiciclo dei palchi, si aprono due
grandi logge rette da colonne corinzie, la cui parete di fondo,
finestrata, consente il passaggio di molta luce. Verso la metà
dell’Ottocento il teatro subì alcune trasformazioni
e venne completamente ridecorato.
Villa Revedin-Bolasco
Villa Revedin-Bolasco è costituita da un grande corpo a
L il cui fronte orientale si affaccia su un grande parco. Il grandioso
complesso, voluto da un nipote di Caterina Cornaro, fu eretto
nel Seicento da Vincenzo Scamozzi, che progettò due edifici
gemelli detti “del Paradiso” ed un grande parco barocco.
Nell’Ottocento i Revedin, nuovi proprietari del complesso,
incaricarono Giovanni Battista Meduna di riprogettare secondo
il gusto romantico del tempo sia la residenza sia il grande giardino,
poi terminato da Antonio Negrin. Quest’ultimo fu trasformato
in un bellissimo parco all’inglese con laghetto. Successivamente
vi furono costruiti diversi edifici tra cui una serra in stile
moresco ed un teatro all’aperto (usato come galoppatoio),
circondato dalle statue barocche, opera di Orazio Marinali, appartenenti
al precedente giardino progettato dallo Scamozzi. Il complesso,
lasciato in eredità all'Università di Padova dagli
ultimi proprietari, i Bolasco, meriterebbe una maggiore valorizzazione.
Un’associazione di guide volontarie rende comunque possibile
la visita del bellissimo parco e delle scuderie. La villa è
destinata a divenire sede del corso di laurea in Scienze e cultura
della gastronomia e della ristorazione.
Secondo itinerario: le terre del radicchio -
torna su

Il secondo itinerario
inizia da Castelfranco Veneto per concludersi a Treviso, dopo
aver attraversato le più significative aree produttive
del radicchio. Piombino Dese costituisce la prima tappa del percorso.
Usciti da Castelfranco Veneto, lungo la Statale del Santo, si
volta dopo un breve tratto a destra verso Castelminio. Lungo la
strada che porta a Piombino Dese si possono ancora vedere scorci
paesaggistici di un certo interesse, benché la dispersione
insediativa abbia in parte degradato il territorio. A Piombino
Dese sorge, nel pieno centro della città, la nobile Villa
Cornaro progettata da Andrea Palladio per la famiglia veneziana
intorno al 1553. Ancora incompleto nel 1582, l’edificio
fu arricchito nel 1596 del loggiato superiore, e solo un disegno
del 1613 lo rappresenta nel suo assetto definitivo.
Questo stratificarsi
di fasi costruttive spiega forse, la mancanza in questa architettura
palladiana di un armonioso raccordo tra le parti. Sorta come residenza
di campagna, è caratterizzata da due piani nobili sovrapposti,
caratteristica questa dei palazzi di città. Il prospetto
principale, fiancheggiato da altre abitazioni, fa quasi parte
della strada su cui si affaccia, come succederà nelle ville
del Settecento, contraddicendo la tipica “autonomia principesca”
delle ville palladiane. Il corpo centrale è costituito
da un compatto blocco cubico, fiancheggiato da corpi rettangolari
con finestre che sporgono dal corpo principale con due piccole
ali solo sulla facciata anteriore. Un pronao esastilo a doppio
ordine di colonne ioniche e corinzie si trova sui prospetti principali
speculari. Una scala a quattro rampe di tre gradoni ciascuna conduce
all’ingresso.
La trabeazione di
ordine ionico, circonda tutto l’edificio. L’interno
si sviluppa su due piani attorno ad una sala centrale quadrata
che attraversa l’edificio e conduce ai vari ambienti, arricchiti
da un ciclo di affreschi del 1700 di Mattia Bortoloni; sculture
di Camillo Mariani decorano il salone di ricevimento al primo
piano, con statue a grandezza naturale dei membri della famiglia
Cornaro. Di interesse anche il Parco con peschiera che circonda
la villa e il ponte ad archi in cotto sullo specchio d’acqua.
Villa Cornaro costituì uno dei modelli più imitati
del “palladianesimo” inglese e americano del XVIII
secolo.
Da Piombino Dese
inizia quello che può essere definito l’asse centrale
della strada del radicchio rosso di Treviso, ovvero quello che
attraversa le zone maggiormente produttive. La strada prosegue
ora verso Est, attraversando il territorio di Trebaseleghe (il
cui centro abitato viene lasciato sulla destra), per Silvelle,
S. Ambrogio e raggiungerà, infine, nel comune di Scorzé,
la località Rio San Martino sede dell’annuale festa
del radicchio. Di qui si potrà effettuare una rapida visita
alla villa Soranzo-Conestabile posta nel centro di Scorzè.
Della villa non é nota la data certa della sua costruzione,
ma, molto probabilmente, si può far risalire alla fine
del Cinquecento l'edificazione del suo nucleo centrale da parte
della famiglia Soranzo. Alla fine dell'800 la contessa Alba Mocenigo
Soranzo sposó il Conte Antonio Conestabile della Staffa
e da quel momento la villa assunse questa denominazione. Nella
seconda metá del '700 la villa venne ampliata con progetto
dell'Architetto Andrea Zorzi che, abbandonando lo stile primario
della villa cinquecentesca, si ispirò alle forme semplici
ed eleganti neoclassiche. Il corpo centrale, interamente cinquecentesco,
conserva affreschi della scuola del Veronese.
La facciata della
villa mostra una costruzione settecentesca a due piani con armonioso
frontale alla sommità del quale vi é un timpano
sormontato da tre statue raffiguranti la Lungimiranza, la Potenza
e l'Abbondanza. La villa é contornata da un parco all'inglese
opera dell'Architetto veneziano Giuseppe Japelli che si estende
per circa due ettari e mezzo. Un recente censimento delle piante
ha rilevato che il patrimonio arboreo del parco é costituito
da circa millequattrocento esemplari con la presenza di secolari
magnolie, tigli, platani, ippocastani e querce. Dal 1965 la villa
ed il parco, divenuti di proprietà della famiglia Martinelli,
costituiscono un'elegante struttura alberghiera denominata.
Ritornati a Rio
San Martino si prosegue nuovamente verso Zero Branco attraversando
una delle aree di maggiore diffusione della coltura del radicchio
rosso di Treviso i cui appezzamenti si possono facilmente individuare
nella campagna per il colore rosso-brunato dei cespi.
Raggiunto Zero Branco una breve sosta consentirà di vedere
il palazzo degli Offi ora Sagramora.
La costruzione, particolarmente intatta e ben conservata, è
una bella testimonianza dello stile gotico trecentesco, ravvisabile
nelle cinque arcate ogivali del piano terra, che si aprono sul
retrostante porticato. La facciata conserva tuttora traccia delle
originali decorazioni. Nel corso dei secoli l’edificio ospitò
una confraternita religiosa e fu adibito ad ospizio per i pellegrini.
Sempre nei pressi di Zero Branco si trova villa Guidini, composta
da una Villa Veneta del sec. XVII edificata su commissione della
famiglia dei Dente, e da un ampio parco ricco di piante secolari
e rare. Nella villa vi è la sede operativa del Consorzio
tutela Radicchio Rosso di Treviso e Variegato di Castelfranco.
Dal centro di Zero
Branco si procede ora verso il Terraglio, la strada famosa per
il gran numero di ville che si affacciano sul suo tracciato. Molte
di esse, anche se purtroppo generalmente non aperte al pubblico,
si trovano nel comune di Preganziol.
Villa Albrizzi - Franchetti
La famiglia Albrizzi, originaria del bergamasco, fu per secoli
dedita al commercio dei tessuti e, accumulata un’ingente
ricchezza, si trasferì a Venezia. Fin dai primi anni del
Seicento gli Albrizzi possedevano la villa sul Terraglio: di modeste
dimensioni, con facciata a tre piani, essa richiama la tipologia
della casa veneziana.
Nel 1667, la famiglia poté permettersi l’iscrizione
al Libro d’Oro del patriziato veneziano e nei primi anni
del Settecento sentì la necessità di adeguare la
villa ad un superiore status rappresentativo: vennero così
realizzate, su disegno dell’ architetto trevigiano Andrea
Pagnossin, due splendide barchesse gemelle, discoste ed arretrate
rispetto al corpo centrale, caratterizzate entrambe da un grande
portico colonnato. Esse furono decorate da affreschi di notevole
livello artistico ed adibite a soggiorno e foresteria per gli
ospiti. Di particolare pregio il ciclo di affreschi, (realizzato
pare da Mattia Bortoloni nel 1730), della barchessa di destra,
raffigurante scene di caccia, allegorie delle Arti e figure di
dame.
Nell’Ottocento
lo splendido parco, originariamente concepito come giardino all’italiana,
fu adeguato al gusto romantico dell’epoca e trasformato
in parco all’inglese; alla fine del secolo, il barone Franchetti,
nuovo proprietario, lo fece ampliare e modificare, aggiungendovi
costruzioni in vario stile. Intorno al 1930 Raimondo Franchetti,
famoso esploratore, piantò nel parco molte specie arboree
esotiche provenienti dai suoi numerosi viaggi e allestì
in una delle barchesse un museo con i ricordi delle proprie esplorazioni
in Asia ed Africa.
Tra il Settecento e l’Ottocento la villa ebbe grande fama
poiché vi si riuniva un circolo culturale, presieduto dall’affascinante
Isabella Teotochi Albrizzi, che riuniva le più eminenti
personalità del mondo dell’ arte e della letteratura:
tra questi vi furono Ippolito Pindemonte (che con lei ebbe una
lunga storia d’amore e la cantò con il nome di Temira),
Ugo Foscolo (che la amò in giovane età e le rimase
amico per tutta la vita) ed Antonio Canova, sua altra grande e
chiacchierata passione.
Villa Taverna (già Palazzi-Valier)
Fu costruita nel 1720, su disegno di un allievo dell’architetto
Frigimelica. L’edificio principale, a tre piani con schema
veneziano, è stato ampliato esternamente. È composta
da due barchesse retrostanti unite alla villa da un corridoio.
Al centro del giardino c’è una vasca ornata da grandi
pigne di pietra e da cani accucciati. Alla fine del viale d’ingresso
ci sono quattro bellissime statue rappresentanti "Le stagioni".
Di notevole interesse è il parco, tra i più belli
del Terraglio, dove la disposizione crea effetti suggestivi di
forme e colori. L’allestimento del parco fu curato dall’architetto
Negrin e dal fiammingo Van Den Borre che curò la sistemazione
del giardino (metà del 1800).
Villa Colombina
È una villa veneziana del settecento e, rispetto alle altre
costruzioni del Terraglio, si presenta più piccola, più
semplice, in un armonico equilibrio di forme. Si sviluppa su due
piani, più un piano rialzato sormontato da un timpano,
in corrispondenza del salone centrale. Le stanze interne sono
decorate con marmorini e con sobri ed eleganti stucchi. All’angolo
nord-orientale della villa, aderisce un lungo fabbricato a due
piani che ospita tutti i servizi. Nelle sue adiacenze, vi è
un piccolo giardino con quattro belle statue rappresentanti gli
"elementi" (aria, acqua, terra, fuoco). La villa offre
la particolarità di avere una graziosa cappella interna.
Villa Marcello del Majno
La villa, verso la fine del settecento, era di proprietà
del nobile veneziano Gian Battista Grassi. Successivamente i nuovi
proprietari, i conti Onigo, la adibirono a luogo di caccia, in
seguito la trasformarono in dimora di villeggiatura. L’edificio
centrale, a tre piani, ha il corpo centrale sormontato da un vasto
timpano al cui centro si trova lo stemma con la scritta EGO dalle
iniziali della contessa Elisabetta Galvani Onigo. All’interno,
il pavimento del salone centrale, è a terrazzo veneziano;
negli altri due piani i pavimenti sono a terrazza con disegni
geometrici e cornici. La sala e tutte le stanze del secondo piano
sono abbellite da eleganti stucchi. Affiancano la villa due belle
barchesse ad archi. L’ambiente più interessante di
questi due edifici è la sala da musica, situata nella barchessa
di destra. Ampia ed elegante, la sala è decorata con affreschi
monocromatici di gusto neoclassico raffiguranti "il carro
del sole" (soffitto), putti musicanti e scene di danze alle
pareti. Dall’esterno, nascosta da una macchia di lecci,
si affaccia sulla strada la cappella. Nel parco gli alberi fanno
corona al complesso di edifici e ai prati antistanti la villa.
Villa Tasso
Sorta probabilmente attorno al 1600, dalla modifica di un precedente
palazzetto del XV secolo, è una costruzione a tre piani,
di disegno molto semplice ed armonioso. Le pareti interne sono
a marmorino, le sale hanno soffitti a travi e pavimenti a terrazzo
veneziano. Esternamente, a sinistra della villa sorge una rustica
barchessa; davanti alla villa stessa, al centro di un’aiuola
rotonda, è posta un’antica vera da pozzo e, sui margini,
quattro statuette di putti ben conservate.
Villa Franchi (già Spandri)
Fu costruita dai Contarini nel 1600; per circa 100 anni appartenne
ai Brighenti. Alla fine del 1700 passò a Nicolò
Olmo. L’edificio principale è a due piani, la parte
centrale sopraelevata è coronata da un timpano. Al primo
piano sorge un balconcino rococò con la ringhiera in ferro
battuto. Ai due lati di questo edificio, si affiancano le ali
costituite da due piani e sottotetto. All’interno le sale
centrali e alcune salette sono pavimentate a terrazzo veneziano
con cornici. Particolarmente fastosa è la sala da musica:
stucchi e delicate pitture ornano tutta la sala. L’ovale
del soffitto è attribuito a Giovan Battista Canal. Alcune
stanze hanno pareti e soffitti ornati con stucchi leggermente
decorati. All’interno del giardino c’è una
cappella.
Villa Marchesi
L’attuale edificio è il risultato dell’ampliamento
eseguito nel secolo scorso, di una villa preesistente. La villa
è a tre piani, con la parte centrale sopraelevata, vi si
accede mediante un’ampia scalinata. Le due bifore laterali
del primo piano e tutte le finestre del secondo piano hanno volta
ad arco. L’interno della villa è molto sobrio, solo
il salone centrale è pavimentato a terrazzo veneziano e
soffittato alla sansovina con eleganti decorazioni. Assai arretrate
rispetto all’edificio principale, si trovano due barchesse
a due piani e sottotetto. Una delle barchesse protende un corpo
in avanti dove, in un ampio portico, sormontato da timpano, si
apre l’ingresso. Nascosta nel parco retrostante la villa,
c’è un’altra ampia costruzione formata da un
corpo adibito ad abitazione e affiancata da un grande portico
che ospitava rimesse e scuderie. Le scuderie recano tracce di
decorazioni pittoriche di architetture. Gli ampi spazi intorno
alla villa, sono ornati da statue e vasi di pietra scolpita.
Usciti da Preganziol
si prosegue in direzione Est fino alla deviazione per Conscio,
si svolta quindi a sinistra fino a raggiungere il centro di Casier
che sorge su un ansa estremamente suggestiva del Sile. Dopo aver
attraversato la città, il fiume, a seguito dell’immissione
nel suo corso delle acque dei numerosi affluenti che si immettono
nel centro della città o immediatamente a Est, aumenta
notevolmente la sua portata e assume un tipico andamento meandriforme
con il susseguirsi ai grandi anse che offrono suggestivi scorci
panoramici.
Dalla chiesa di
Casier parte un bellissimo sentiero che, correndo sulle sponde
del fiume, consente di costeggiarlo e di attraversare alcuni canneti
su passerelle da cui si possono ammirare la fauna acquatica e
le numerose specie di uccelli nidificanti o di passo. Si raggiunge
quindi il cosiddetto “cimitero dei barconi” ove, semisommerse
nell’acqua si possono ancora vedere molte delle imbarcazioni
che venivano un tempo impiegate per il trasporto delle granaglie
verso le industrie molitorie la cui sagoma si affaccia ancora
imponente sulla sponda sinistra del Sile.
Da Casier una breve deviazione verso Casale consente di raggiungere
in località Lughignano Villa Barbaro, Gabbianelli, Dall’Aglio.
La tradizione letteraria attribuisce la costruzione di questa
antica villa alla regina di Cipro, Caterina Cornaro, quale dono
di nozze per la di lei damigella Fiammetta Buccari (ricordata
anche dal Bembo negli “Asolani”).
La villa è
considerata una delle più belle tra quelle poste lungo
le rive del Sile ed è sicuramente, fra queste, la più
antica. Essa fu costruita nel 1490 e rappresenta un ottimo esempio,
in terra ferma, di villa veneziana, derivata dal palazzo cittadino,
e diffusa inizialmente nelle isole della laguna come luogo di
villeggiatura dei veneziani. Dai palazzi veneziani mutua, infatti,
la massa cubica e la facciata ingentilita da un’ elegante
balconata a quadrifora al piano nobile e da un “portego”
che si affaccia ai prospetti anteriore e posteriore. La facciata
principale presenta inoltre un singolare scarto asimmetrico dell’
asse centrale, finalizzato a seguire la disposizione planimetrica
interna. Nel territorio di Casier, nei pressi del centro comunale
a Dosson si trova Villa de Reali che fu costruita intorno al 1700
dal barone de Berlendis sui resti di un’abazia benedettina.
Il corpo centrale è realizzato in stile barocco veneziano
e presenta una facciata regolare il cui piano terra è caratterizzato
da un loggiato: le barchesse e le relative adiacenze si sviluppano
intorno alla villa padronale. All’interno le sale sono decorate
da stucchi veneziani. Di un certo interesse anche l’ampio
parco circostante la villa.
Da Casier si può
rapidamente raggiungere il centro di Treviso, ma una deviazione
verso Nord consente la visita di altri interessanti ambienti e
monumenti. Prima di giungere in città, subito dopo la chiesa
di S. Antonino, si svolta a destra. La strada raggiunge dopo poco
la tangenziale della città. Si gira nuovamente a destra
e, dopo aver superato il Sile, usciti a sinistra dalla tangenziale
si raggiunge la località di Lanzago (Silea). Benché
non visitabile, va certamente ricordata la presenza a Lanzago
di villa Avogadro degli Azzoni che fu eretta verso la metà
del ‘500 dai Conti di Onigo, sulla sponda del fiume Melma.
L’edificio è a pianta quadrata con un’ampia
gradinata che sale dal giardino alla loggia.
I soffitti del primo
piano sono tutti alla sansovina; il secondo ha un salone con alto
soffitto a vela, decorato da busti di imperatori romani. Il giardino
ed il parco sono popolati di statue e con una bella fontana di
marmo del ‘500.
In centro a Lanzago, all’incrocio si volterà a destra
e dopo qualche curva si comincerà ad intravedere il lungo
stradone delimitato da alti cipressi di villa Tiepolo-Passi. La
villa, costruita intorno al 1600 in stile barocco veneziano, è
appartenuta alla nobile famiglia veneziana dei Tiepolo. E’
caratterizzata da uno sviluppo orizzontale scandito da finestre
alte e strette, interrotto soltanto da un timpano con arco centrale
un po’ sproporzionato. Le adiacenze sono collegate al corpo
principale della villa da ampi loggiati. Gli interni, sviluppati
attorno al salone centrale, presentano un ragguardevole ciclo
di affreschi, soffitti alla sansovina e stucchi del settecento.
Di pregio il parco circostante decorato con numerose statue.
L’itinerario
prosegue verso Carbonera, fino a raggiungere la frazione di Vascon
ove nella piccola chiesa dedicata a S. Lucia vi sono due splendidi
affreschi: “la Trinità” di scuola Tiepolesca
(1746) e “La gloria di S.Lucia “ (1722) attribuito
a Gian Battista Tiepolo. A poca distanza dalla chiesa si trova
la bella villa Valier-Loredan. L’edificio risalente al XVII
secolo, ha una facciata centrale in stile neoclassico costituita
da quattro colonne ioniche al primo piano che riquadrano tre fori
ad arco con poggiolo; il timpano superiore rompe la compostezza
del fabbricato; anche le due barchesse laterali sarebbero riconducibili
ad un periodo successivo. Il grande salone centrale, comprendente
due piani, conserva un notevole ciclo di affreschi attribuiti
a Niccolò Bambini (1657-1736).
Poco distante da Vascon, a Lancenigo di Villorba, si trovano le
Fontane Bianche, un’interessante area di risorgiva inserita
nella rete Natura 2000 da cui si origina il fiume Melma. Le risorgive
sgorgano nel mezzo della campagna e sono facilmente visitabili
con una breve passeggiata. Nei fontanili si possono ammirare l’acqua
trasparente e la ricca vegetazione ripariale.
Lungo via Cal di Breda, la strada per Treviso, la Provincia di
Treviso ha di recente istituito nelle Case Piavone un piccolo
ma interessante museo etnografico. Le Case Piavone fanno parte
di un più ampio intervento della Provincia, che in un’area
di 67 ettari ha istituito il parco delle Sorgenti della Storga,
un altro interessante ambiente di risorgiva posto nei pressi dell’Ex
Ospedale psichiatrico destinato a divenire la nuova sede della
Provincia di Treviso.
Attraversata la ferrovia ci si immette sulla strada statale 13
Pontebbana per raggiungere la città. Il bel viale alberato
che conduce in città è circondato da interessanti
ville immerse nel verde di ampi parchi. Tra di esse spicca Villa
Manfrin (ora Margherita) costruita tra il 1775 ed il 1783 dall’architetto
G. Antonio Selva. L’edificio principale è a tre piani
con frontone centrale. All’interno vi sono alcune stanze
decorate con stucchi. Le ampie barchesse, disposte perpendicolarmente
alla facciata posteriore, inquadrano una bella peschiera e conservano
alcune interessanti formelle in cotto. Il grande parco è
aperto al pubblico, mentre la villa ora è sede di un comando
militare.
Alla fine del lungo viale che riconduce in città c’è
la cinquecentesca porta S. Tomaso una delle tre porte che storicamente
si aprivano sulle mura della città.
Terzo
itinerario - La campagna veneta dall’epoca romana alla Serenissima
- torna
su

Il terzo itinerario
parte nuovamente da Treviso e ripercorre, inizialmente, il Terraglio,
la strada che congiunge Treviso a Venezia su cui sono sorte numerose
ville venete. Superato Preganziol, si giunge a Mogliano Veneto
ove molteplici sono le ville immerse in pregevoli parchi che ospitano
alberi centenari.
Villa Marcello -
Lin
La villa del conte Marcello, costruita agli inizi del settecento,
è situata ad Est del centro di Sambughè. Il parco
conservatosi naturale, senza studiati interventi, resta ancora
uno degli elementi più notevoli di tutto il complesso.
È costituita da un corpo centrale a pianta quadrata, a
tre piani, affiancato ai lati da due brevi ali più basse.
A destra, un fabbricato più basso, aggiunto in un secondo
momento, si prolunga fino alle dipendenze. È un ampio portico
sormontato da un timpano curvilineo, che porta infissi nel muro
frammenti di decorazioni in cotto provenienti da un’altra
abitazione. A sinistra, isolato e immerso nel verde del parco,
sta un piccolo oratorio, con un caratteristico campaniletto a
vela. Nell’interno della villa, il salone centrale è
riccamente ornato di stucchi e di quattro pitture, che recenti
studi hanno attribuito alla mano di Giuseppe Bernardino Bison
(1762-1844), rappresentanti "Le stagioni". Nel giardino
si può ammirare una vera da pozzo bizantina e nel parco
un sarcofago dello stesso stile.
Villa Condulmer
Dalla strada provinciale, imboccando quella che porta a Zerman,
sulla sinistra, tra il verde dei prati e dei frutteti. appare
una cancellata sorretta da due pilastri con belle statue: è
l'ingresso della settecentesca Villa Condulmer, ora sede dell'omonimo
Country Hotel. È una grande villa a pianta rettangolare
fatta costruire dai Condulmer nel 1743, caratterizzata nella facciata
da un portale con arco a volta unito a due finestre laterali.
Tutto è sovrastato da un ampio balcone di marmo con lo
stemma della nobile famiglia. È fiancheggiata da due barchesse
a un piano: oltre quella di destra, accanto a un cancello sormontato
da un timpano ad arcate che permette l'accesso al giardino posteriore,
è situata una piccola cappella privata. L'interno della
villa è costituito di saloni spaziosi ed eleganti, ornati
da stucchi di pregio. Il salone centrale è decorato da
4 grandi dipinti di Eugenio Moretti Larese (1822-1847) e da altre
pitture minori situate tra i portali e le finestre laterali. Il
grande parco, opera dell’architetto bresciano Sebatoni,
con alberi di vane specie, laghetto, piccoli rilievi e rustici
costituisce un insieme molto suggestivo.
Parco di Villa Longobardi
All'inizio dell'ottocento presero vita un giardino all'inglese
e un piccolo bosco, erde abbraccio di una villa fatta costruire
in Via Altinia, attuale Via Zermanesa, da Lady Giorgia Amalia
Seymour.
La Villa, posta dall'altro lato della strada rispetto alla Chiesa
di S. Maria Assunta, nel 1831 passò in proprietà
alla famiglia Vida che incaricò l'architetto vicentino
Antonio Caregaro Negrin di ampliare e sistemare il boschetto che
arriverà così a confinare ad Est con l'antico "Terraglio
Vecchio" fino a realizzare un ampio parco che è attualmente
di proprietà del comune di Mogliano ed è aperto
al pubblico.
Villa Stucky
Nei pressi della parrocchiale di S. Maria Assunta sorge un edificio
che presenta caratteristiche architettoniche differenti da quelle
venete; nel secolo scorso, infatti, fu acquistato dall'industriale
svizzero Giovanni Stucky che lo fece abbattere e ne fece ricostruire
uno secondo lo stile degli edifici del centro-Europa. Il complesso
era costituito dalla villa, le scuderie, le serre e il parco che
dopo la II guerra mondiale fu trasformato in albergo. Alcune parti,
dunque, furono adattate per cambiare destinazione d'uso. Solo
il parco rivela, nella parte settentrionale, un frammento dell'antica
bellezza, costituita in origine da un bellissimo giardino all'inglese
e da un bosco fatto piantumare dalla nobildonna Amalia Seymour
e successivamente ampliato e rinfoltito, su progetto dell'architetto
Antonio Negrin, dai successivi proprietari signori Dalla Vida.
Dal punto di vista storico è importante ricordare che la
villa durante la I guerra mondiale fu sede del Comando della 3°
Armata che difendeva la linea del Piave. Oggi una lapide, posta
all'interno, ricorda gli eventi che portarono alla vittoria. Attualmente
ospita un prestigioso albergo.
Villa Duodo Zoppolati
Il nucleo più antico del complesso architettonico, probabilmente
risalente al 1685, presenta una pianta quadrata elevata su tre
piani. Il piano nobile è caratterizzato da una balconata
con tre aperture voltate ad arco e sovrasta il portone principale
d’ingresso: tale nucleo centrale racchiuso da una cornice,
sottolinea l’armoniosa composizione della facciata. Due
barchesse laterali pongono ulteriormente in risalto la casa dominicale.
L’antico impianto fu successivamente ampliato con l’aggiunta
di un volume a due piani. Il grande parco, sistemato nell’Ottocento
dall’architetto Antonio Negrin, valorizza ulteriormente
l’insieme monumentale della Villa.
Villa Delia
Situata all’uscita di via Tavoni sul Terraglio, completamente
circondata da alberi ad alto fusto, con antistante un verde prato
è la casa dove nacque e passò l'infanzia Sandro
Fuga, musicista e compositore. Frequentò a Torino il Conservatorio
Musicale, che poi lo ebbe come docente e direttore, compose musiche
da camera, da orchestra e liriche.
Villa Coin
Costituita da un oratorio e due fabbricati di servizio, è
situata poco lontana da via I Maggio, sul lato sinistro del Terraglio.
La villa del 700 è a pianta veneziana; di particolare interesse,
al piano terreno, sono due affreschi con figure simboliche. È
stata oggetto d’accurati restauri strutturali e pittorici.
L'oratorio, dedicato alla Madonna del Rosario, è una bella
costruzione dalle linee semplici con la facciata arricchita da
finti pilastri e completata da un timpano. Costruita da Domenico
Codognato, fu poi venduta ai Buratti; Antonio Buratti visse qui
con la sua famiglia e si dedicò per hobby alla pittura
lasciando alcune opere che si possono ammirare: la pala di S.
Francesca Romana e quella della Vergine Addolorata nella chiesa
di Mogliano, S. Filomena nella chiesa di Gardigiano e S. Nicolò
in quella di Peseggia.
Villa Bianchi -
De Kunkler
Fatta costruire dalla famiglia veneziana Lin verso il 1686, venne
poi venduta a ricchi banchieri che nel 1821 la cedettero, unitamente
alla vasta proprietà terriera, al barone Federico Bianchi,
dedito alla carriera militare nella quale eccelse per le sue imprese
contro i Turchi; nel 1813 partecipò alla campagna di Russia
e l'anno successivo alla conquista di Lione, in Francia. Anche
in Italia spiccarono le sue doti militari: sconfisse Gioachino
Murat e rimise sul trono di Napoli Ferdinando Di Borbone. Dopo
queste imprese nel 1824 si ritirò nella villa di Mogliano.
Morì in Stiria, ma fu sepolto a Mogliano nel Mausoleo di
famiglia. La proprietà passò successivamente ai
De Kunkler, da cui la seconda denominazione della villa. La villa
sorge lungo il Terraglio, nascosta da fitti alberi per rispettare
l'inserimento nell’ambiente naturale, peculiarità
di questo territorio. La costruzione a tre piani, in stile veneziano,
dalle linee piuttosto semplici presenta nella facciata al 1°
piano un bel balcone in pietra sul quale hanno accesso tre portefinestre
ad arco, ornate sopra da modanature con al centro lo stemma gentilizio
dei Bianchi. Sulla destra è ben inserita la barchessa,
il cui portico è delimitato da sei grandi arcate sostenute
da pilastri. Nella parte retrostante la villa, ma affacciato sul
Terraglio, G. Lin fece costruire un’elegante cappella dedicata
alla SS. Trinità, internamente impreziosita da un ricco
altare di marmo e una scultura di Pompeo Marchesi dedicata a Federico
Bianchi. Dietro la cappella nel 1863 fu costruito il Mausoleo,
coperto da una cupola, ai lati sono disposte le arche sepolcrali
che contengono urne di particolare pregio scultoreo
Villa Grazia
Tra il folto degli alberi del giardino si scorge una costruzione
in stile veneziano, a tre piani, caratterizzata da una bella barchessa
con un porticato sorretto da colonne fino al tetto. La struttura,
compresa d’edifici di servizio e di giardino, è chiusa
da un muro di cinta che permette l'uscita sulla strada attraverso
tre cancelli. Con accesso diretto sulla via, invece, è
la semplice chiesetta dedicata prima alla natività di Maria
e poi a S. Girolamo. Questa villa fu la residenza del Re Vittorio
Emanuele III quando si recava a Mogliano, durante la I guerra
mondiale.
Villa Furlanis,
già Volpi
Fu iniziata nel 1562 da Leonardo Mocenigo su disegno di Andrea
Palladio, però fu innalzata solo la parte più meridionale.
Verso la metà del '700, essa era ancora incompleta. Solo
verso il 1800 la villa fu completata. Nella prosecuzione dei lavori
si tenne ben poco presente il primitivo progetto palladiano, per
cui la villa si presenta oggi piuttosto convenzionale e non del
tutto riuscita nelle sue parti. Tuttavia il vasto prato attraversato
dal fiume Dese e il parco antistante formano con l'edificio centrale
un insieme nuovo e armonioso soprattutto dal punto di vista paesaggistico.
Sopra il balcone centrale del piano nobile fu collocato un grandioso
stemma marmoreo della famiglia Morosini e, a coronamento della
facciata, sul timpano e sul cornicione furono poste alcune statue.
Nel 1859, al complesso fu aggiunta la cappella e il retrostante
corpo del fabbricato. La villa nel 1904 fu acquistata dal comm.
Giuseppe Volpi. A lui si deve tra l'altro la progettazione e la
realizzazione del porto industriale di Marghera.
Villa Veronese
La facciata che guarda al Terraglio è più ampia
e più ricca dell’altra, con quattro porte al pianterreno
e una bella bifora romanica al centro del primo piano, affiancata
da due finestre per lato ornate da cornici. Arretrata vi è
un'altra costruzione più bassa e dalle linee rustiche che
si protende verso mezzogiorno. È questa la parte più
antica della villa. A Nord della villa si trova il parco, assai
vasto.
Nei pressi di Mogliano, in località Camporoce si trova
la Filanda Motta. La costruzione dell'opificio ebbe inizio nel
1876 per volontà del Cav. Pietro Motta, Per ottanta anni
la sua famiglia, attraverso varie vicissitudini, la mantenne viva
e ne accrebbe la capacità produttiva finché, nel
1956, a causa della grave crisi che in quegli anni colpì
il settore della seta, l'attività bacologica cessò
definitivamente. La proprietà fu ceduta e gli edifici del
grande stabilimento furono in gran parte adibiti ad altri usi,
senza tuttavia subire, fortunatamente, le irrimediabili conseguenze
del totale abbandono. Nel 1989 Mario Franco diede inizio insieme
alla sua famiglia ad un coraggioso programma di recupero. Pressoché
terminato, il complesso oggi si propone come una delle più
interessanti e meglio conservate testimonianze architettoniche
della propria epoca, accogliendo all'interno dei suoi grandi spazi,
in un'atmosfera carica di suggestioni, gli studi, i laboratori
e gli atelier di svariate attività ricreative e professionali.
Superata Mogliano,
in località Marocco la strada volge a destra lungo via
Marignana. Dopo un breve e suggestivo tragitto immerso nel verde
si raggiunge Villa Dall’Aglio, detta la Marignana. È
un semplice edificio settecentesco la cui peculiarità è
legata alla destinazione d’uso. Essa ospitava, infatti,
lo studio e l’abitazione dello scultore Toni Benetton, universalmente
noto quale maestro della scultura in ferro: egli plasmava la materia
sia applicando tecniche antiche che sperimentandone di nuove come
l’uso della fiamma ossidrica. I vecchi granai e adiacenti
alla villa accolgono ora le opere del maestro, mentre il grande
parco ospita le sculture di maggiori dimensioni. In un parco vasto
e aperto è situata la villa, di classica struttura veneziana,
dalle linee semplicissime; le uniche decorazioni presenti sulla
facciata sono un balconcino in ferro battuto al primo piano e
un timpano triangolare sovrastante.
Nei pressi del lato
Est si trova una lunga barchessa a due piani completata da un
insolito cornicione ad archetti; la costruzione continua con un
ampio porticato che avanzando verso la strada, termina con una
cappella. Il giardino, caratterizzato da imponenti magnolie e
da un secolare cedro, pone in evidenza un ampio piazzale pavimentato
di pietra dove un tempo sorgeva l'antico oratorio di S. Anna,
andato distrutto. I locali della barchessa e parte del giardino
(per le opere più monumentali) sono stati adibiti a museo
del ferro battuto e possono essere visitati dal pubblico in orari
prestabiliti. La villa è sede dell'"Accademia Internazionale
del Ferro Battuto", fondata dallo scultore Toni Benetton,
nel 1967, che svolgeva attività didattica sui procedimenti
di trasformazione del metallo.
L’itinerario prosegue verso Ovest in una strada immersa
nella campagna e scarsamente urbanizzata. In via Molino Marcello
si supera il fiume Dese attraversano il resti di un antico mulino
e si prosegue fino a Martellago ove nei pressi della chiesa sorge
Villa Corner.
Tra Martellago e Spinea si trovano due zone umide protette facenti
parte della rete Natura 2000 di un discreto interesse naturalistico
(cave di Martellago e cave di Luneo).
Giunti a Salzano
merita una visita la chiesa di S. Bartolomeo e l’adiacente
museo dedicato a San Pio X. Tra i pezzi più significativi
sono da ricordare la rara pianeta rinascimentale in velluto rosso
a fiorami, i preziosi damaschi (sec. XVII) e una serie di bei
broccati settecenteschi. Sono poi da menzionare le notevoli "croci"
ricoperte di lamina argentea (sec. XVII), calici, ostensori, reliquiari
ed altre suppellettili liturgiche (secc. XVIII-XIX), rilievi lapidei
(secc. XIII e XIV), stendardi dipinti, sculture e arredi lignei,
oltre naturalmente ad oggetti legati alla memoria di Papa Sarto.
Di un certo interesse è anche il santuario della Beata
Vergine delle Grazie, bella chiesa parrocchiale, recentemente
restaurata, edificata nel settecento di cui conserva la facciata,
scandita da quattro lesene e decorata da terracotte. Nella parte
superiore si trovano due nicchie contenenti statue e un finto
rosone al centro. Sulla sommità la statua della Vergine.
Nel 1883 vennero annesse all’edificio le due cappelle laterali
e ampliata quella principale intitolata alla Vergine Maria. L’interno,
a navata unica, contiene uno splendido affresco raffigurante la
Vergine col Bambino, risalente al XIV secolo, contornata da una
pregevole cornice marmorea.
Sempre nel centro
di Salzano si trova un bel esempio di archeologia industriale:
la villa Donà e l’annesso Opificio. La villa era
la residenza estiva della nobile famiglia dei Donà e risale
al XVII secolo. Nel corso dei secoli ha subito molteplici cambiamenti
fino al 1979, quando, restaurata dall’Amministrazione comunale,
divenne sede del Municipio. Gli interni conservano affreschi di
epoche diverse e soffitti lignei finemente decorati. Nel 1854
fu progettato da Luigi Garzoni un affascinante parco caratterizzato
da terrazzamenti, grotte artificiali e laghetti. L’opificio
voluto da Leone Jacur, appartenente alla famiglia padovana di
banchieri, padroni del complesso da metà dell’ 800,
sorge a nord delle barchesse della villa ed è costituito
da un corpo centrale e due ali laterali porticate. Qui si lavorò
la seta fino al 1950.
Da Salzano si prosegue
ora verso Sud fino a Mirano con la bella villa Belvedere e l’annesso
parco. La villa, ora sede degli uffici tecnici comunali, e l’annessa
barchessa, attualmente adibita a teatro comunale, sono costruzioni
di impianto seicentesco e rappresentano uno dei luoghi più
suggestivi di Mirano. Proprio di fronte alla villa si erge il
complesso architettonico del “Castelletto”, costruito
intorno alla metà dell’800 da Vincenzo Paolo Barzizza.
Il vasto complesso a forma di castelletto riprende il gusto tardo
romanico delle rovine e si articola in una torre ottagonale a
cinque piani che, tramite un’elegante scala a chiocciola,
conduce alla stanza del Belvedere, dalla quale si gode di un panorama
a 360 gradi. Sotto la torretta si nasconde una grotta, comunicante
con la villa tramite un cunicolo, ora murato.
Il giardino Belvedere si estende su una superficie di 1,9 ettari
ed è compreso tra i mulini di sopra sul Muson (a Nord-Ovest),
il centro storico di Mirano (a Sud), la via Belvedere (a Ovest)
e il parco XXV Aprile (a Est).
Il parco di villa
Belvedere è collegato da un ponte con quello della splendida
villa Morosini - XXV Aprile, seicentesca, di ricordo palladiano,
armoniosa e classica con la sua bella loggia a colonne d'ordine
ionico, coronata dal timpano e statue. La villa è, tra
quelle di proprietà comunale, la più elegante e
ricercata, pur nelle sue modeste dimensioni. Già restaurata
nelle strutture esterne, è stata fino al 2003 sede della
biblioteca comunale. Delle due barchesse parallele presenti nei
catasti storici, simmetricamente disposte rispetto alla villa,
ne è rimasta una sola, recentemente restaurata e riportata
all'antico splendore. Attualmente è adibita a prestigiosa
sede di mostre e manifestazioni culturali. Villa e barchessa si
trovano immerse in un splendido parco all'inglese, impreziosito
da una ricchissima varietà di piante e alberi. I parchi
di Villa Morosini e Villa Belvedere sono aperti al pubblico tutto
l'anno.
Nel bel centro storico
sorge il cinquecentesco duomo dedicato a San Michele Arcangelo,
rifatto in elegante veste nel secolo seguente (1684). L'interno
ospita un capolavoro di Giambattista Tiepolo, la pala del "Miracolo
di Sant'Antonio che riattacca il piede".
Tra il centro di Mirano e la vicina frazione di Zianigo sorge
Villa Tiepolo, semplice dimora di campagna, tra il Settecento
e l’Ottocento della famiglia Tiepolo. L’interno conserva
cicli di affreschi, opera di Giandomenico Tiepolo, eseguiti con
stili diversi, recanti spunti biografici e sulla vita socio-politica
del tempo.
A Zianigo merita visitare la Chiesa dedicata alla Natività
di Maria; all'esterno si noterà l'antica Torre dei Carraresi,
ora campanile. All'interno della Chiesa il grande soffitto con
un affresco di Gian Domenico Tiepolo “La Natività
di Maria” e la pala del medesimo “Sant'Antonio Abate
ed altre figure”.
A Zianigo si incontra la parte posta più a Est del graticolato
romano, poco a nord della chiesa infatti si trova l’estremità
occidentale del decumano (via Desman), un lungo asse rettilineo
che arriva sino alla Statale del Santo, l’antica via Aurelia¹
.
Si percorrerà ora un breve tratto del decumano, per deviare
verso Santa Maria di Sala ove si trova Villa Farsetti fatta costruire
dal colto abate Filippo Farsetti sul luogo del precedente palazzo
dei Sala. L’abate Farsetti chiamò da Roma l’architetto
Paolo Posi che progettò il maestoso palazzo in stile rococò,
ornandolo con trentotto colonne provenienti dal Tempio della Concordia
di Roma. L’abate fece, inoltre, costruire un meraviglioso
giardino, un orto botanico di considerevole estensione ed interesse,
cedraie, serre, boschetti ed un labirinto.
Su una collinetta,
formata dal materiale di scavo di un laghetto ovale, innalzò
un tempietto che raffigurava le terme romane. Fece costruire,
poi, un ampio terrapieno (anch’esso ovale) che circondò
con un filare di tassi sagomati ad arco a richiamare un anfiteatro
romano. Nelle vicinanze riprodusse i resti dei templi di Diana
e di Giove Tonante. Di tutta questa opera, rimangono oggi il palazzo
centrale, la foresteria, due serre di agrumi e la scuderia.
Poco a Nord di Santa Maria di Sala sorge il castello di Stigliano,
fatto erigere dai trevigiani nel ‘200 su un sito fortificato
di età romana, fu teatro di scontri tra trevigiani e padovani
per il controllo del territorio. Con il passaggio del territorio
alla Serenissima la sua funzione strategica venne meno e fu venduto
alla famiglia Priuli che lo trasformò in villa arricchendolo
di decorazioni ad affresco che ricordano le gesta dei condottieri
e le vicende storiche del Castello. Nei pressi del castello (ora
trasformato in ristorante) vi è un mulino sul fiume Muson.
Proseguendo sempre verso Nord si giunge a Noale che ha conservato
intatto il disegno urbanistico originale del suo antico castello
di cui si sono però conservate poche vestigia. Dell’antico
castello dei Tempesta rimangono i ruderi della Rocca del secolo
XII nonché la Torre dell’Orologio e la Torre delle
Campane. All’interno del fossato che circondava le mura
del castello sorge la chiesa parrocchiale dei SS. Felice e Fortunato,
ampliata nel 1885 sui resti di un edificio preesistente.
Essa conserva al suo interno un pregevole altare in pietra d’Istria
attribuito al Sansovino, oltre ad una pala di Lattanzio da Rimini
ed un dipinto attribuito a Cima da Conegliano. L’altare
maggiore è decorato da un dipinto di Palma il Giovane.
Nei pressi di Noale si trova un’interessante zona umida
che si estende per circa 35 ettari in una ex cava di laterizi
che fa parte della rete Natura 2000.
Da Noale si prosegue
verso Massanzago ove si trova la villa Baglioni (sede comunale).
Eretta dopo il 1717 dai nobili Lombardo, venne acquistata nel
1718 dal conte Baglioni , il quale affidò a G.B. Tiepolo
la decorazione del piano nobile. Gli affreschi raffigurano, in
mezzo ad illusorie architetture prospettiche, il racconto ovidiano
di Fetonte. Il piano terra del corpo centrale del palazzo conserva
stucchi e affreschi di Antonio Zucchi. In questo periodo di splendore
la villa ospitò il commediografo veneziano Carlo Goldoni.
Da Massanzago, superato il Muson la strada si inoltra nuovamente
nell’agro centuriato padovano fino a Borgoricco (posto lungo
il decumano) ove nel nuovo Municipio ha sede il Museo del Graticolato
Romano. Il museo espone la documentazione sulla divisione del
territorio in epoca romana ed alcuni reperti archeologici di provenienza
locale. Il Municipio è un’importante esempio di architettura
moderna. Progettato nel 1983 da Aldo Rossi, l’edificio presenta
elementi tipici della villa veneta- corpo centrali e ali laterali-
e dell’architettura civile della zona. I due corpi “barchesse”
laterali e il porticato racchiudono uno spazio interno definendo
un luogo pubblico. Al centro della corte si trova l’ingresso
principale, scandito da colonne. All’interno sono integrate
funzioni differenti: uffici, biblioteca, museo della centuriazione
romana: a ciascuna funzione corrisponde all’esterno un volume
preciso e riconoscibile. Il corpo centrale a due piani è
caratterizzato da una copertura a carena di nave.
Sempre percorrendo
le strade del graticolato si giunge a Camposampiero che sorge
sull’antica via Aurelia, l’asse che, come già
osservato, costituiva il cardo della centuriazione patavina. Camposampiero,
nato quale colonia romana sulla via Aurelia, assunse importanza
strategica dal 1013 quando con l’inizio della potente dinastia
dei Tiso, potente famiglia feudale di orientamento guelfo, divenne
una vera roccaforte feudale fortificata e difesa da fossati e
mura. Oggi di tale complesso mediovale rimangono le torri dell’Orologio
e della Rocca, oggi sede del Municipio. A Camposampiero si trova
uno dei più significativi luoghi legati al culto di Sant’Antonio
da Padova; la cela della visione ed il santuario del noce.
La cella della visione
L'attuale Santuario della Visione custodisce, incorporata e trasformata
in cappellina, la cella della Visione, sopravvissuta alle ingiurie
dei tempo e della storia. Vi si accede attraverso una scala stretta.
È una povera celletta di mattoni, appartenente al convento
primitivo e abitata dal Santo.
Vi si conserva, sotto vetro, una grande tavola, ritenuta suo giaciglio
notturno.
Sul fondo un altarino con un quadro che rievoca la visione. Di
lato, un bel dipinto di Andrea da Murano (1486) raffigura l'intera
figura del Santo in grandezza naturale con i consueti simboli
del giglio e libro, simboli della sua purezza di vita e della
sua dottrina.
È il luogo più importante di tutto il complesso
ed il più caro ai devoti per l'avvenimento soprannaturale
che il Beato Antonio visse godendo della visione di Gesu Bambino.
La cella è chiamata, per tale motivo, la piccola "Betlemme
antoniania". Nel 1924 si procedette al ripristino del piccolo
edificio, riportando in parte allo stile del 1300. Col restauro
del 1995 si ricavò, al piano terra, una nicchia per le
reliquie.
Il santuario del
Noce
Dal piazzale della chiesa, percorrendo un lungo viale alberato,
si giunge all'Oratorio del Noce, costruito dove una volta si innalzava
l'albero che fu "ultima dimora dei Santo". L'edificio
risale al 1400: si tratta di un gioiello d'arte soprattutto per
gli affreschi che coprono la facciata (esterna e interna) e le
pareti della prima campata. Sono opera di Girolamo Tessari (detto
Dal Santo) che li dipinse nella prima metà dei 1500 e raffigurano
fatti della vita di sant'Antonio e soprattutto i miracoli più
conosciuti. L'abside poi è occupata da un'ottima tela di
Bonifacio da Verona (1536) che ritrae il Santo mentre predica
dal noce².
Da Camposampiero di prosegue ora verso Loreggia ove si trova Villa
Polcastro-Wollemborg ora Gomiero. Costruita nei primi anni del
1550, poi completata nel 1600 come casa dominicale, ha un parco
di pregio con viali e corsi d’acqua e peschiera di epoca
successiva. Il giardino, con più di cento tipi di piante
ornamentali è opera dell'architetto veneziano Giuseppe
Jappelli, mentre la peschiera venne realizzata successivamente.
Il giardino racchiude anche il tempietto dei Wollemborg ed è
percorso dal canale Rustega che, regolato da un complesso sistema
di dighe, forma un piccolo lago con 2 isolette nel mezzo.
Da Loreggia si procede infine verso Piombino Dese dove il terzo
itinerario si ricongiunge con il secondo.
1: “La centuriazione
romana nel territorio di Padova è una suddivisione agraria
del territorio (centuriazione, ossia suddivisione in "centurie",
chiamata anche graticolato romano nel Veneto), attuata nel 31
a.C. dall'imperatore Augusto per i suoi veterani nella zona dell'antico
municipio di Patavium, corrispondente all'odierna Padova. La centuriazione
si estende nell'area a nord-est della città di Padova ed
interessa le attuali provincie di Padova e Venezia e prende il
nome di "centuriazione (o graticolato) cis Musonem, ossia
"al di qua" (cis) del fiume Muson che segnava il confine
con il municipio di Altinum, odierna Altino. Tra le caratteristiche
di questa centuriazione, si evidenzia la non coincidenza del centro
geometrico della suddivisione agraria ("umbilicus agrii",
ovvero "ombelico della campagna coltivata"), con il
centro geometrico dell'urbanistica cittadina ("umbilicus
urbi", ovvero "ombelico della città"), nonostante
il fatto che coincida per entrambi uno degli assi, costituito
dal cardine (cardo) massimo. Il centro della centuriazione agraria
si trovava infatti presso San Giorgio delle Pertiche, mentre il
cardine massimo era costituito dall’antica via Aurelia,
attuale S.S. 307. Il decumano massimo coincideva invece con l’attuale
via Desman, odierno asse viario dei comuni di Borgoricco, di Santa
Maria di Sala e di Mirano. Gli altri territori comunali interessati
dalla centuriazione "cis Musonem" sono Pianiga, Villanova
di Camposampiero, Campodarsego , Camposampiero e Vigonza. L'orientamento
della centuriazione non è allineato secondo i punti cardinali
e presenta rispetto a questi una inclinazione di circa 14,5°
gradi rispetto alla longitudine (est-ovest). Tale inclinazione
favorirebbe il defluire delle acque, impedendo le inondazioni,
ed assicurerebbe una migliore distribuzione della luce solare;
la suddivisione si è mantenuta in linea di massima fino
ad oggi. Ciascuna centuria è suddivisa in 8 fasce trasversali
anziché le normali 10, da 2,5 actus (pari a 88,80 m). Si
ipotizza inoltre che la centuria fosse divisa anche in 20 fasce
longitudinali da 1 actus (35,52 m), formando un totale di 160
riquadri, ciascuno da 1,25 iugeri (3.154 mq)” .
Fonte: http://www.comune-santamariadisala.it
2: Fonte:Il messaggero
di Sant’Antonio http://www.santantonio.org
Informazioni tratte
da www.stradadelradicchio.it
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Radicchio Rosso di Treviso e Variegatodi Castelfranco Veneto
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