La Provincia di Treviso, Terra di misteri
I Misteri
della Marca Trevigiana
Benvenuti nella
gioiosa Marca Trevigiana, terra magnifica e ricca di misteri.
Se siete giunti per scoprirne la bellezza e la vostra curiosità
ha sete di leggende e racconti oscuri, siete arrivati nel posto
giusto. Lo sapevate che Treviso, assieme a Torino, Lione e Praga
viene definita una città magica fin dalla seconda meta
del XIII secolo, ossia dai tempi di Pietro d'Abano che qui insegnò
presso la storica università? È una storia che viene
da lontano... C’è chi dice che Treviso derivi da
Taurisium, l’appellativo dato al suo fondatore Osiride,
successore di Noè, adorato dopo la morte sotto forma di
Toro. Ma si narra anche che possa derivare dalla raffigurazione
di una figura femminile con tre visi, posta su una delle torri
erette da Antenore per difendere la nuova città. Questo
non è che l’inizio, le terre trevigiane celano spiriti
di dolci fanciulle e di prelati, discendenti dei Collalto e dei
Minucci, anime dannate della dinastia degli Ezzelini e ancora,
monaci vaganti tra i ruderi di una abbazia, creature misteriose
di un antico Bosco Veneziano, per non parlare delle forme inquietanti
delle Motte di Castello di Godego e altro di terribile ancora.
Potrete vivere esperienze emozionanti e scoprire i segreti di
Treviso, Vittorio Veneto e Castelfranco. Qui potrete andare sulle
tracce di templari e altri antichi cavalieri, a caccia di fantasmi,
ma anche a conoscere da vicino l’enigmatico Giorgione. Nelle
sere d’estate o tra le prime nebbie d’autunno, potete
immergervi fra giullari e saltimbanchi, elfi e folletti, nell’Età
di Mezzo o in quella dei Celti, dentro feste e rievocazioni che
fanno emergere antiche storie. Tra Storia e mito, realtà
e fantasia...
MONASTIER
L’abbazia
dei fantasmi
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È cosa risaputa
che quanto più antico è un luogo tanto più
desta l’attenzione di storici e studiosi; quanto più
sperduto si trova nella geografia di un territorio tanto più
risveglia la curiosità dei passanti; se poi si tratta dei
ruderi di un’abbazia di monaci benedettini del X secolo,
questo non può che pungolare la fantasia di quanti amano
inventare le vite di chi non ha lasciato traccia. Non trovo presentazione
migliore per invitarvi all’abbazia di Santa Maria del Pero
di Monastier, uno dei siti più misteriosi della Marca Trevigiana.
Fu fondata dall’imperatore tedesco Ottone I al posto di
uno scalo fluviale. Immaginate cosa si presentò agli occhi
dei monaci: una distesa lacustre e boscosa, che bonificarono in
osservanza della regola che affiancava alla preghiera il lavoro.
All’interno del chiostro romanico fiorivano le rose e le
ortensie, l’erbolarius offriva una varietà di erbe
officinali al monaco speziale, la vigna dava frutta e ortaggi
per le conserve. Di tutta questa vita, scandita dalla preghiera
e da piccoli gesti operosi, non resta che uno scenario semi abbandonato.
Le stanze del convento non risuonano più dei canti dei
monaci, il campanile svetta muto, orfano di ore. Ma qualcuno,
passando di là al crepuscolo, ha ancora l’impressione
di udire un fruscio, un bisbigliare liturgico. Un’impressione
che si fa man mano reale. Poi campane inesistenti scandiscono
ore perdute nel tempo, le finestre del chiostro iniziano a sbattere,
dalla porta della chiesa un lume precede una processione di monaci
che fa il giro del piazzale, entra in abbazia e sale una scala
che non esiste più da molti anni. Poi tutto svanisce come
se non fosse mai accaduto, spazzato dal vento, inghiottito dalla
notte. È inutile dire che chi mi ha raccontato questa storia,
simile a tante altre che nei secoli si sono tramandate, se mai
è ritornato all’abbazia di Monastier, lo ha fatto
in pieno giorno sotto un sole agostano. E voi, a che ora intendete
visitarla?
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SAN
ZENONE
La leggenda dei crudeli Ezzelini |
Tutti i castelli
scricchiolano di rumori sinistri, anche quelli che non esistono
più, ma che mai scompariranno dalle leggende e dai racconti.
Uno di questi è il castello degli Ezzelini, sorto nel territorio
di San Zenone, dimora del crudele tiranno Ezzelino III, alla morte
del quale fu raso al suolo. La fortezza, agli albori del XIII
secolo, poggiava sulla cima di un colle da cui ancora oggi si
può godere un panorama meraviglioso sul massiccio del Grappa
e sul Montello. Ezzelino si distinse per efferatezza e sete di
potere, cosa che gli procurò parecchi nemici, papa compreso,
che condusse contro di lui una crociata. Ezzelino aveva un fratello,
Alberico, al pari votato alla conquista, e una sorella, Cunizza,
anch’essa impegnata in dispute, ma di tipo amoroso: ebbe
tre mariti e parecchi amanti. Le leggende legate al castello narrano
i delitti del tiranno e il massacro della famiglia di Alberico.
Si dice che Ezzelino fece anche murare le porte delle prigioni
senza pietà alcuna per uomini, donne e bambini e che a
questi ultimi facesse strappare gli occhi. Le loro urla si udivano
fino a valle e, dicevano, le loro anime avrebbero gridato in eterno
paura e dolore. Fu così che Dante lo sbatté all’inferno,
immerso in un fiume di sangue. Morì dissanguato e peccatore,
senza pietà neppure per se stesso, rifiutando medicine
e sacramenti. Alberico fu trucidato con tutta la famiglia per
mano dei nemici. Fu costretto ad assistere alla decapitazione
dei sei figli maschi e al rogo della moglie e delle due figlie.
Morì attaccato alla coda di un cavallo in corsa. Ciò
che restò del suo corpo fu bruciato a Treviso. La sua anima,
che non trova pace per non essere riuscita a proteggere i suoi
figli, continua a vagare sulla collina in compagnia dello spettro
di Ezzelino e di tutte quelle anime straziate. Unica anima bianca
è Cunizza: volteggia in una danza perenne tra i pini e
i cipressi, fra le braccia del suo amante più caro, Sordello
il poeta, che per lei, nelle notti serene, continua a cantare.
IL
MONTELLO
Fate,
diavoli,draghi e spiriti |
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Esiste nella Marca
un luogo misterioso ed impenetrabile. Per essere visitato, anche
viaggiatori esperti come voi avranno bisogno di una guida speciale,
di qualcuno che li accompagni e garantisca il loro ritorno a casa.
Vi sto parlando di un piccolo monte dal profilo azzurro e ben
disegnato. Si distende sulla riva destra del fiume Piave. È
il Montello, luogo di memoria e di pace, dove la natura stupisce
ad ogni stagione con sfumature ritratte nei secoli da artisti
e poeti. Una curiosa guida vi aspetterà ai piedi di una
quercia, lungo la dorsale. La notte sarà tra le più
buie, di lui e delle cose distinguerete vagamente i contorni.
Alla luce della sua piccola lanterna si rivelerà un paesaggio
invisibile al sole, fatto di alberi secolari, i cui rami s’intrecciano
alle radici sporgenti, ruscelli e sorgenti di acqua incandescente,
uccelli parlanti, basilischi dal corpo di serpente, draghi che
sputano fuoco e altre creature misteriose, folletti, orchi e satanassi.
Grazie alla guida, passeggerete indisturbati nel loro mondo di
fiaba, scritto nei secoli dalla fantasia degli umani. Vi porterà
alla Grotta del Buoro, dove la ninfa Ciane mesce l’acqua
magica, capace di ridare il latte alle puerpere smunte, e poi
al Bus de le Fate, abitato da fanciulle dai piedi caprini che
si lavano perennemente ad una fonte. Dal Buoro delle Anguane vedrete
le ninfe lavandaie uscire e recarsi ai ruscelli per lavare panni
macchiati di antichi misfatti commessi dagli uomini. Vicino ad
una sorgente, le Fate Bone preparano il miele da offrire alle
fanciulle che il Massariol, spirito burlone, fa smarrire nel bosco.
Poi il sole tornerà e tutto sarà come quando al
Montello si va per una gita di domenica: una collina verdeggiante,
coperta da un bosco tranquillo. Nell’accomiatarvi dalla
vostra guida non chiedetegli il nome, né di rivelarsi da
sotto il cappello che gli copre tutto il volto. Ringraziate soltanto
tendendogli la mano e non stupitevi se la sua sarà rossa
e rovente come il fuoco dell’inferno.
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SUSEGANA
Il castello di Collalto e la leggenda di Bianca |
Risalendo le colline
che da Susegana portano a Pieve di Soligo, vi accoglierà,
in tutta la sua fierezza, il Castello di Collalto, di cui il tempo
e la storia ci hanno restituito solo il gigantesco mastio, tracce
di mura, la porta d’accesso al borgo medievale. Ma tutto,
nell’immobilità del silenzio, lascia intuire un passato
audace e vittorioso: il feudo fu proprietà della famiglia
dei Collalto, primi conti di Treviso nel 1300. Se il tempo leviga
le pietre e la storia distrugge con le guerre, niente può
intaccare la memoria. Più che mai viva è la triste
storia di Bianca, bellissima ancella di Chiara da Camino, nobildonna
che il conte Tolberto di Collalto prese in sposa per sedare la
lotta tra la sua famiglia e quella dei Caminesi di Ceneda. La
castellana non eccelleva in bellezza ed era assai gelosa del marito.
Bianca era invece dolcissima, incline al sorriso ed ignara del
male. Tolberto se ne innamorò perdutamente per i modi gentili
e i capelli lunghi del colore del grano. La passione fu travolgente.
Ma cancellate quegli sguardi languidi, non vi sto raccontando
una storia d’amore a lieto fine! Quella di Bianca, Tolberto
e Chiara è la storia di un terribile delitto. Il giorno
che Tolberto fu chiamato alla guerra, si recò dalla moglie
per congedarsi. Bianca le stava pettinando i capelli. Chiara vide
riflesso nello specchio l’incrocio dei loro sguardi, una
lacrima di lei scivolare sul volto e il sorriso di lui posarvisi
come una carezza, non potendola toccare. Chiara capì e
la vendetta fu atroce. Partito Tolberto murò viva la fanciulla
in una torre. Bianca morì di stenti, Tolberto non tornò
mai più dalle Crociate. Da allora il fantasma di Bianca
apparve ai membri della famiglia, velata di bianco per annunciare
una buona novella, di contro, nascondeva il volto con un velo
nero. Quando vi recherete ai ruderi dell’antico castello,
invocate il fantasma di Bianca, senza averne paura, vi apparirà
sicuramente vestita di bianco per annunciarvi l’immortalità
dell’amore.
VITTORIO
VENETO
La pietra di Santa Augusta |
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Se volete conoscere
la storia leggendaria di Augusta e la pietra miracolosa, dovete
raggiungere Vittorio Veneto, luogo che diede i natali alla Santa
nel II secolo d.C., quando ancora al posto dell’attuale
cittadina esistevano due nuclei urbani di antica memoria: Serravalle
e Ceneda. La fusione dei due centri, avvenuta più di un
secolo fa con l’Unità d’Italia, non ne ha confuso
i tratti originali. Appena dietro il duomo di Serravalle s’inerpica
una scalinata che porta al punto più alto della città:
il Santuario di Sant’Augusta. Si offrirà ai vostri
occhi un belvedere vasto e profondo, di monti, laghi e valli,
intuendo più ad oriente il luccichio del mare. Una volta
arrivati, sedete sotto il portico e ricordate la storia che vi
sto per raccontare. Augusta era figlia di Matrucco, re visigoto,
che costruì sul monte Marcantone, presso l’attuale
Serravalle, la sua fortezza. Avido di potere, conquistò
il Friuli e perseguitò con ferocia i cristiani. Si narra
che un eremita battezzò in segreto la piccola Augusta,
segnando il suo destino. La fanciulla crebbe nella fede cristiana,
proteggendo i perseguitati dalla crudeltà del padre. Matrucco
scoprì la sua devozione per quell’unico Dio morto
in croce e cercò invano di persuaderla, imprigionandola
e sottoponendola a brutali torture: la ruota dentata che si ruppe,
il rogo che si spense, lo strappo dei denti ed, infine, la decapitazione.
Il corpo fu ritrovato diversi anni dopo, sepolto in cima alla
collina che ancora porta il suo nome, deposto con cura nel punto
più alto, più vicino alle stelle e al suo Dio, forse
per mano della stessa pietà cristiana che lei difese per
sé e per il mondo intero fino alla morte. Chi tra di voi,
arrivato fin qui dopo la lunga salita accuserà un forte
dolore al capo, vada dietro l’altare dove riposano le spoglie
di Augusta, lì troverà una pietra forata di origini
antichissime. Se vi infilerete la testa, pregando la Santa, ogni
male passerà come se non vi avesse mai tormentati.
ASOLO MISTICA
Simboli esoterici, decorazioni simboliche, ombre di personaggi
leggendari
Passeggiando tra
le vie e gli angoli del centro storico di Asolo sono numerosi
i luoghi legati ad antichi misteri, esoterismi e simbologie dell'arte.
Il tutto arricchito dal lato nascosto delle leggende e degli spiriti
che un tempo, o ancora oggi, hanno popolato questi luoghi.
La misteriosa forma
della città (lo scorpione) e l'animale fantastico dello
stemma del borgo (il pardo rampante) fanno da cornice ai simboli
negli affreschi e nelle particolarità architettoniche dei
luoghi storici del centro storico, dalla casa gotica, al castello,
alle case dei personaggi del passato.
Gli affreschi con
animali mitologici e fiabeschi compaiono già in via Browning
e intersecano i loro misteri con la quadrifora con decorazioni
a stelle a cinque punte di magia bianca della Casa Gotica e con
i simboli esoterici e le figure mitologiche della Casa Longobarda.
Molte sono poi le
storie sinistre che aleggiano attorno ai personaggi che hanno
abitato Asolo: il veneziano Francesco Zorzi, noto alchimista e
realizzatore del testo di cabala cristiana nel 1515 De Harmonia
Mundi, il pittore veneziano Marius Pictor nella cui casa si dice
risieda lo spirito di un fantasma che si palesa agli abitanti
spostando mobili e accendendo il fuoco, la mitica Eleonora Duse,
spirito femminile che ancora aleggia nella città.
E poi ancora personaggi
leggendari e misteriosi tramandati dai racconti popolari del borgo
di Asolo, figure che hanno animato le storie e le fantasie nei
dintorni della Rocca, del borgo e del castello della Regina Cornaro:
- A lumiera: fuoco
fatuo, luce di spiriti che di notte illuminava cimiteri, sentieri,
strade e la rocca stessa a volte spaventando ma altre aiutando
i viandanti in difficoltà nel buio della notte. A tutti
rimaneva sul viso il marchio della lumiera: uno stampo a forma
di chiave.
- El Masariol: spirito
satirico e dispettoso che si presentava sotto forma di uomo vestito
di rosso con le gambe lunghissime, tanto da scavalcare le colline,
ma che a piacimento, per prendere in giro la gente, poteva trasformarsi
in qualsiasi animale.
- I can de Baldan:
spiriti sotto forma di cani che terrorizzavano i contadini e che
si dice fossero appartenuti ad un uomo che nell'incendio della
sua casa, vicino alla rocca, avesse preferito salvare loro piuttosto
della famiglia.
EZZELINO
III, LO SPIRITO DI UN LEGGENDARIO TIRANNO
Anime e spiriti maligni,
fuochi fatui e dispettosi folletti
nella terra del mitico personaggio
750 anni fa moriva
Ezzelino III detto il Tiranno. Si narra che il suo fantasma abbia
trovato rifugio in Valle Santa Felicita. Con le sue scorribande
il fantasma del Tiranno acquisì notorietà ed in
breve la valle divenne roccaforte di strane creature. Dall'anno
domini 1260, si racconta di misteriosi soggetti che albergano
nella valle: folletti dispettosi, perfide ninfe, serpenti con
la corona e ali da drago, anime di spiriti maligni e inquietanti
fuochi fauti danzanti nell'aria.
Fu detto flagello
di dio, come Attila prima di lui, e figlio del diavolo, come il
valacco Vlad III Tepes, meglio conosciuto col soprannome di Dracula,
dopo di lui.
Ezzelino III fu
scomunicato, contro di lui fu indetta una crociata da Alessandro
IV, il suo nome fu maledetto, la sua famiglia fu sterminata, fu
distrutto il suo sigillo, bruciati i documenti sulla sua amministrazione,
un dominio di quasi quarant'anni su tutto il Pedemonte veneto.
IL MAZARIOL, FOLLETTO PROTETTORE DELLA SINISTRA PIAVE
A bordo di una zattera
lungo il fiume
Secondo antiche
leggende il Mazzariol era un folletto molto piccolo che viveva
nei boschi dentro le grave del Piave. Egli era molto legato alla
sua terra e la difendeva da coloro che la mettevano in pericolo.
Nell’anno 452 i contadini delle campagne scorsero all’orizzonte
delle sagome nere: erano gli Unni guidati da Attila che venivano
a conquistare Opitergium. Il Mazzariol, venutolo a sapere, pensò
di fermare i barbari usando tutti i suoi poteri. Mentre gli Unni
dormivano nei loro accampamenti, senza farsi vedere, mise in atto
molti dei suoi leggendari scherzi: rovesciò i pentoloni
della minestra, soffiò sul fuoco par incendiare le pelli
con cui i soldati si coprivano, tirò loro i capelli e impiastricciò
le barbe con il vischio. Per finire, legò le code e i crini
dei cavalli ed aspettò, sogghignando, il mattino seguente.
Gli Unni, dopo la
notte tormentata, si prepararono per attaccare Oderzo, ma, montando
in sella ai cavalli, si accorsero del sinistro scherzo. Tagliarono
le code agli animali per partire all’attacco, ma non sapevano
che mai si deve tagliare ciò che il Mazzariol unisce, così
i cavalli cominciarono a sbandare qua e là, storditi e
senza forza. Non riuscendo a spiegarsi l’accaduto, gli Unni
scapparono, lasciando Attila solo e umiliato. Opitergium, secondo
questa leggenda, fu salvata dal Mazzariol. Da allora il Mazzariol
è amato e rispettato in tutti i paesi della Sinistra Piave.
Si dice che nelle notti di luna piena lo si possa ancora vedere
a bordo di una zattera lungo il fiume. Egli passa dicendo a chi
incontra: ”Salve, io sono il Mazzariol che sconfisse Attila,
il flagello di Dio”.
REALTA' MAGICHE NEL SOTTOBOSCO DI COMBAI
Alla corte del Matharol tra le Anguane sotto l’occhio sulfureo
del Bisbadalis
Molti e antichi
sono i misteri del bosco di Combai. Nell'intrico di alberi ed
arbusti è facile sentire qualche scricchiolìo, un
veloce frusciare e, forse, qualche voce. Nascosto o disperso nel
verde, tra i muschi, sotto le cortecce può essere nascosto
il Picchio Verde, oppure il Matharol, folletto nato da un pezzo
di legno, vibrante e pieno di brio. In un lampo si trasforma da
vecchio in bambino, oppure da bambino in vecchio, entra di notte
nelle abitazioni e si mette a dormire tra gli sposi, fa perdere
la memoria.
I CAN DA CEETA, OMBRE DI ANIME DANNATE
Respiri affannati di anime in pena a Follina
Si racconta che
anticamente, nelle zone di Follina, durante le sere d'estate si
sentivano "i can dei siori".
Si sentivano ma
non si vedevano. Se ne percepiva la presenza dall'abbaiare finissimo
come latrati lamentosi che parevano giungere dalla profondità
del tempo e sicuramente dal buio delle notti rischiarate sinistramente
dalla luna piena. Si udivano i guaiti prolungati e strazianti
avvicinarsi rapidamente tanto che, ad un certo momento, si poteva
perfino percepire il respiro affannato della belva in corsa repentina
lungo i colli. L'animale era seguito da un rumore sinistro di
catene trascinate sul selciato, di ceppi come di chi tenti di
liberarsi da una costrizione di carcerato. I vecchi dicono che
lo sentivi soppraggiungere il "can dei siori" o "can
da ceéta" poi scorgevi l'ombra incalzante, ti passava
velocissimo tra le gambe e spariva sempre più affannato
e disperato come un animale in pena. I bambini ne avevano paura,
i grandi timore. "Anime del purgatorio, forse" o "anime
dannate, forse", dicevano i vecchi e recitavano con più
fervore la corona del rosario.
VILLA WASSERMAN
E VALLE DEL FORAME
E là le fate avevano trovato la loro dimora..
La valle a nord
di Giavera chiusa e poco accessibile, il bosco, le grotte e la
sorgente hanno alimentato fin dai tempi antichi le più
strane e suggestive leggende. Vari erano i personaggi che la popolavano
e che Gerolamo Bologni (1454-1517) nella poesia "Glaura"
(Giavera, nome del torrente che sgorga nella valle) evoca con
il nome di Satiri, Fauni, Driadi, Ninfe. Il popolo, che non conosceva
queste figure mitologiche, ne avvertiva comunque la presenza nella
valle e le denominava in modo diverso: fave o fate, lumiere, anguane,
Mazariol. Quest'ultimo era un folletto burlone e scanzonato, vestito
di rosso e autore di scherzi atroci ai danni dei contadini e dei
viandanti solitari.
Nella storia di
Giavera, scritta da Mons. Costante Chimenton (1925) si legge:
"E là le fate avevano trovato la loro dimora; e il
popolo nella sua fantasia superstiziosa le sentiva danzare presso
il Forame, e attorno il camposanto, o apparire, nelle loro forme
più strane, all'incauta montanina che si fosse arrestata
nel bosco dopo il tramonto".
LA LEGGENDA DI MURGANIA
L'origine leggendaria del fiume Sile
Francesco Colonna
nel romanzo allegorico Hypnerotomachia Poliphili del 1499 narra
di una splendida fanciulla, chiamata Murgania, dalla quale il
paese di Morgano prenderebbe il nome. Tra le figlie del console
romano Lelio Sylirio o Syliro e di Trivisia Calardia Pia, tra
le quali anche Quintia e Septimia, Murgania era la più
bella. A tal punto che i contadini del luogo scambiandola per
Venere eressero un sacello per adorarla, attirando così
le ire della vera figlia di Zeus, che spinse il padre a incenerire
il tempio di Murgania, trasformata in fonte insieme alle sorelle
mentre il padre Sylirio fu mutato nel fiume che oggi conosciamo
come Sile
LA CASA DELL'ALCHIMISTA
Pozioni e magie contro la peste
Verso la fine del
1600 Paese come Comune ancora non esisteva; due erano le località
riconosciute (tutt'oggi mantengono lo stesso nome): Sovernigo
e Villa. Erano gli anni dell'epidemia della peste che mieteva
vittime a centinaia. Sovernigo nel 1630 era situata al limite
del bosco Montello che si estendeva quasi fino alle porte della
città di Treviso; il territorio invaso dai lupi (tutt'oggi
chi abita a Sovernigo sente parlare dei "lupi di Sovernigo")
era attraversato da un'unica via, detta "Sfojana", che
metteva in comunicazione Montebelluna e Treviso.
Recentemente, a
seguito di scavi, sono emerse nel territorio del "Trojan"
delle fosse comuni risalenti al 1600 dove si presume siano stati
seppelliti i morti di peste. Dalla tradizione orale viene tramandata
la storia di un Mago che, con infusi e medicamenti ricavati dalle
erbe che trovava nel bosco ed alcune porzioni magiche, pare avesse
salvato numerose persone. Di lui mai è stata rivelata l'identità,
è sempre rimasto nel mistero. Oggi pare che alcuni studiosi
abbiano identificato la sua abitazione o meglio il suo laboratorio
di Alchimista.
Infatti presso l'antica "Villa Perissinotto", situata
a Castagnole di Paese, si trova una strana costruzione non restaurata.
L'unico esempio di una simile costruzione si trova solamente a
Praga.
Il sito, utilizzato
negli anni con diverse destinazioni, è stato oggetto di
studi, tra cui quello degli architetti Fioretti ed Angonese, i
quali ipotizzano che il forno, contenuto all'interno della singolare
struttura, possa essere stato utilizzato in passato come forno
di un alchimista. Un luogo che senza dubbio, tra realtà
e magia, è permeato da un affascinante alone mistero
BIANCA COLLALTO
Bianca Collalto
- Racconti di spettri e fantasmi animano da sempre l'immaginario
popolare e i castelli sono sempre stati il luogo ideale, misterioso
e sinistro, per ambientare tali leggende, legate per lo più
alle vicende delle antiche nobili famiglie. E' quello che accade
per il Castello di Susegana, in località San Salvatore,
ancora oggi ben conservato e visitabile.
La fece murare viva
- In questo luogo si sarebbe svolta la triste storia di Bianca,
una damigella orfana che fu affidata ad Aica da Camino. Bianca
si sarebbe resa colpevole di un'occhiata maliziosa indirizzata
al marito di Aica, il Conte Tolberto. Questo fu sufficiente a
segnare il suo destino. Non appena l'uomo partì per una
campagna di guerra, Aica punì la giovane e la fece murare
viva nella stanza dove dormiva facendola morire di stenti.
La vicenda di Bianca
- Secondo voci ben più diffuse, la vicenda di Bianca sarebbe
legata all'altro maniero dei Collalto, a circa cinque chilometri
dalla cittadina. Il castello fu quasi completamente raso al suolo
durante le aspre vicende che coinvolsero la zona durante il primo
conflitto mondiale. E' dunque facile che la storia sia stata fatta
traslare (forse per mantenere in vita il ricordo della damigella)
ambientandoli nella struttura di San Salvatore.
Lo spettro dell'infelice
Bianca è solito apparire ancora oggi - In ogni caso sta
di fatto che lo spettro dell'infelice Bianca è solito apparire
ancora oggi nei pressi del castello. Anticamente il fantasma sarebbe
apparso ai membri dell'antico e nobile casato dei Collalto indossando
vesti candide per annunciare eventi lieti o abiti scuri per presagire
sventure
LE UNGHIE
DI CHECHE
Il passaggio dalla vita alla morte
Cheche, una vecchia
senza età, vive lungo il Piave in un casone di paglia.
Ha delle unghie lunghissime, veste sempre di nero e vaga incessantemente
per ogni dove. Tutti la conoscono, ma nessuno saprebbe veramente
descriverla in quanto lei possiede la capacità di sfuggire
al ricordo delle persone. Si dice che le campane, con un loro
linguaggio segreto, le parlino e la invitino a recarsi al capezzale
dei moribondi per aiutarli a lasciare serenamente la vita.
IL MISTERO
DI GAIA DA CAMINO
Da Dante al fantasma di Portobuffolè
Mille anni fa sulla
riva destra del fiume Livenza c'era un castello con sette torri,
mura merlate, un ampio fossato. Qui, tra queste case e all'interno
di quella che gli storici indicano essere stata la sua dimora,
abitava Gaia da Camino, figlia del "buon Gherardo" il
cui fantasma si dice sia presente ancora oggi.
Di lei parla anche
Dante negli immortali versi della Divina Commedia.
"...Per altro
soprannome io nol conosco
s'io nol togliessi da sua figlia Gaia..."
(Purgatorio - XVI,139)
Gaia: "Giovane
bella et costumata, domina (donna) prudente, letterata, magni
consilii et magne prudentie, sì onesta et virtuosa che
per tutta Italia era la fama della bellezza et onestà sua"
(F.Buti, sec XIV) oppure "figliuola di messer Gherardo e
fu domina di tal reggimento circa le dilettazioni amorose, ch'era
notorio il suo nome per tutta l'Italia" (Jacopo della Lana
- 1290/1365)?
Erano forse due
donne che portavano lo stesso nome? Perché è morta
così giovane? Alcuni commentatori dicono che fosse donna
di note virtù, altri dicono che, invece, fosse nota per
i suoi costumi dissoluti: di certo la sua fama non le sopravvisse
a lungo
Fantasmi
e spettri
SEGUSINO
Segusino - Secondo alcune antiche leggende il castello di Segusino
sarebbe infestato dai fantasmi. Si tratterebbe di spettri grassi
e freddi che si nasconderebbero sugli alberi vicino al ciglio
della strada per spaventare i viaggiatori. Pare che i fantasmi
riescano ad insinuarsi sul collo delle vittime.
Terribili fantasmi
di donne morte - Ci sarebbero anche terribili fantasmi di donne
morte durante il parto. Queste, secondo le leggende, vagano per
i viottoli al crepuscolo, oppure si nascondono nel raccolto vicino
ad un villaggio, ed emettono un seduttivo richiamo. Ma rispondere
alla loro voce significa morte in questo mondo e nel prossimo.
I loro piedi sono girati al contrario, in modo che gli uomini
assennati possano riconoscerle.
Fantasmi di bambini
piccoli - Voci popolari raccontano poi dell'esistenza di fantasmi
di bambini piccoli che furono anticamente gettati nei pozzi. Questi
abitano i bordi dei pozzi e piangono di notte, afferrano le donne
per i polsi e supplicano di prenderli e portarli via. Si dice
che questi fantasmi siano tutti nel castello di Segusino e ogni
notte facciano una festa.
Folletto dispettoso
con mani e piedi caprini - Curiosa anche la leggenda che vede
i boschi intorno a Segusino da sempre abitati dal Mazarol, sorta
di folletto dispettoso con mani e piedi caprini, un abito rosso
e un cappello appuntito, un'immagine simile a quella tradizionale
del diavolo, che si nasconde fra gli alberi, in attesa di tormentare
i passanti
IL FANTASMA
DELLA VILLA SUL SILE
Il fantasma della
villa sul Sile - Si racconta che in una villa lungo il fiume Sile,
appartenuta ad una damigella di Caterina Cornaro, fa abitualmente
la sua apparizione il fantasma di una donna.
Un gran rumore di
catene - La dama si farebbe notare a scadenze regolari ogni dieci
anni, e in molti assicurano che la sua comparsa sia accompagnata
da un gran rumore di catene che, trascinate, producono un gran
baccano udibile anche a grande distanza.

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VISITE GUIDATE
Per conoscere la
Marca in compagnia di una guida.
Tra Treviso, Vittorio
Veneto e Castelfranco la Provincia ha predisposto dei percorsi
emozionali. L’invito per i visitatori è verso un’esperienza
da vivere con grande coinvolgimento: non un semplice tour in città
ma un’immersione in 'un altro mondo'... solo per poche ore....
alcuni percorsi:
TREVISO.
NOTTE OSCURA
Un percorso misterioso,
al buio della notte, porta a scoprire luoghi evocativi e secoli
di storia, a volte macabra, a volte curiosa. Al lume di una torcia
o della magica luna, si attraversano territori di antichi cavalieri
e Templari, storie di torture e malvagità, antichissime
teorie astrologiche e sublimi versi danteschi. Una visita alla
città fatta di emozione, al passo ritmato di un vero e
proprio trekking urbano, lungo poco più di 6 km, che accompagna
nella Treviso “profonda”.
SERRAVALLE.
TRA I SEGRETI DI UN BORGO
Potete vivere l’affascinante
storia di Serravalle, antico borgo di Vittorio Veneto, attraverso
le vicende di personaggi che si materializzano tra vicoli e piazze
per rapirvi attraverso lo sguardo, il racconto, il gusto. Marcantonio
Flaminio, insieme ad altri illustri rappresentanti della città,
accompagna a conoscere i segreti di questo luogo antico, le sue
architetture, l’arte, la natura.
CASTELFRANCO
VENETO. ENIGMATICO GIORGIONE
Tra le sale del
nuovo Museo Casa Giorgione è possibile avvicinarsi all’inafferrabile
artista di Castelfranco. La sua pittura rivoluzionaria, carica
di messaggi mai pienamente svelati, il suo legame con l’astrologia,
l’astronomia e l’esoterismo, sono il tema di un percorso
che viaggia tra allestimenti museali di nuova concezione e opere
del ‘400, nella sua città natale, dove sono custodite
due delle rarissime opere attribuitegli dalla critica: la Pala
del Duomo e Il Fregio orientale delle arti liberali.
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RIEVOCAZIONI STORICHE
NELLA TERRA
DEGLI EZZELINI
Ogni anno a luglio,
in quella che fu la corte di una delle famiglie più potenti
della Marca Trevigiana, viene proposto un convivio in atmosfera
medievale: i sapori di un menù d’epoca, musiche e
coreografie riportano indietro nel tempo. Dopo sette secoli, il
ricordo della tragedia degli Ezzelini si confonde con i ricordi
del mito, luci ed ombre, forza e terrore di una epopea da vivere
attraverso un’esperienza speciale.
FIERA DI
SANTA LUCIA MERCATO SECOLARE
Da oltre 1300 anni,
tra fine ottobre e inizio novembre, si radunano a Santa Lucia
di Piave mercanti e artigiani, giullari, cacciatori, nobili e
paggi. Legata ai lontani traffici sulla via Hungarica e all’uso
del guado di Lovadina, passo obbligatorio tra il nord e il sud
dell’Europa, ma anche ai commerci di Venezia, la Fiera è
l’occasione, ancora oggi, per immergersi nella magica atmosfera
dell’Età di Mezzo e godere di momenti indimenticabili
in compagnia di personaggi suggestivi in panni trecenteschi, figli
di un’antica tradizione.
CAPODANNO
CELTICO A VITTORIO VENETO
Nel mese lunare
di ottobre/novembre, la festa di Samanios accompagnava alla fine
dell’estate, segnando lo scadere dell’anno vecchio
e l’inizio di quello nuovo. Simbolo di morte e rinascita
insieme, il capodanno celtico era un momento fuori dal tempo e
dallo spazio. Secondo la tradizione s’incontravano gli avi
defunti, i discendenti, fate, demoni e gnomi. Oggi, sul Monte
Antares, sede di uno dei più importanti santuari celti/paleoveneti,
la cerimonia torna a vivere il 31 ottobre di ogni anno, in una
magica rievocazione storica.
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