L' Oca in onto
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L'Oca
del Mondragon & Viale Italia 331 a Conegliano
Un tempo nelle
campagne venete si allevavano oche bigie e oche pezzate grigie
e bianche, soppiantate nel tempo dalle grandi Romagnole bianche.
Ogni cascinale di campagna ne aveva un gruppetto che razzolava
sull’aia pronto ad accogliere in modo agguerrito gli estranei.
Questa presenza delle oche risale molto indietro nel tempo.
Infatti l’addomesticazione dell’oca è antichissima,
fin dal Neolitico. E’ documentato l’allevamento
delle oche non solo da parte dei Romani ma anche dei Germani
e dei Celti. La Legge Salica (VIII sec. d. C.) prevedeva la
pena di 120 denari per il furto di un’oca e Carlo Magno
nel Capitulare de Villis (810 d. C. ) imponeva di tenere almeno
100 polli e 30 oche per fattoria.
L’allevamento dell’oca aumenta di importanza nel
tardo Medioevo e nel Rinascimento con l’insediamento di
comunità ebraiche nei territori di Venezia, Ferrara,
Mantova, dove la liberalità e la tolleranza dei governanti
garantiva sicurezza anche dopo gli editti di Ferdinando il Cattolico
contro gli ebrei. E l’oca nell’alimentazione ebraica
è di fondamentale importanza perché sostituisce
il maiale, escluso per motivi religiosi.

Con le oche si
producevano salumi, prosciutti, in dialetto “i parsuti”
(in particolare dove erano presenti comunità ebraiche)
e in tempi più recenti anche paté di fegato, mentre,
utilizzando tutte le parti del volatile, si produceva una particolare
conserva: l’“oca in onto”, indicata per far
durare molti mesi le carni.
L’ “oca in onto” era una realtà di
tutte le zone rurali dal Friuli al Piemonte, dall’Ungheria
alla Francia (“oca in confit”, dove confit sta per
conserva), assumendo nomi diversi in funzione dei luoghi e delle
varianti nella ricetta.
Ad esempio Giuseppe Maffioli nei suoi libri di ricette (“Ghiottone
veneto”, “La cucina trevigiana”, “La
cucina padovana”) chiama l’ “oca in onto”
in due modi: “Oca in pignatto I” quella secondo
la classica ricetta trevigiana della conservazione dei pezzi
di oca previa cottura; e “Oca in pignatto II” quella
che prevede la conservazione delle carni crude previa salatura
ed affumicatura.
L’ “oca in onto” era una tipica produzione
del periodo invernale quando da una parte le donne potevano
capitalizzare i tempi morti legati al riposo vegetativo dei
campi e dall’altra le oche erano in carne; cosi era il
momento giusto per metterle “in conserva”. Due erano
le tecniche in uso: con la prima le carni venivano separate
dalle loro parti grasse, tagliate a pezzetti e lasciate riposare
sotto sale per alcuni giorni. Successivamente le carni si riponevano
direttamente in un orcio di terracotta o vetro alternando pezzetti
di carne a grasso d’oca fuso e foglie d’alloro.
Un ultimo strato di grasso completava il vasetto che veniva
chiuso ermeticamente. La seconda tecnica prevedeva la cottura
dei pezzi d’oca nel proprio grasso prima di porli nei
vasi.
Varianti di queste due tecniche erano negli ingredienti e nell’eventuale
uso dell’affumicatura.
Così si otteneva una conserva di carni sostanziose che
poteva durare per molti mesi, sempre pronta al fabbisogno in
particolare per il periodo primaverile ed estivo quando gli
impegni aziendali assorbivano tutta la manodopera disponibile
e nel contempo la grande quantità di lavoro richiedeva
un’adeguata e sostanziosa alimentazione.
In queste occasioni le donne, chiamate ad aiutare sui campi
o impegnate con i bachi da seta non avevano tempo per ammazzare,
pulire e cuocere il pollame, ed allora, al momento del bisogno
estraevano dall’orcio la quantità di oca che serviva
riscaldandola o cuocendola secondo la tecnica di conservazione
utilizzata.
Con l’ “onto” magari arricchito da pezzetti
d’oca sminuzzati venivano condite le tagliatelle ai piselli
e il 25 Aprile il piatto dogale dei “risi e bisi”.

Oggi questa prelibatezza è quasi introvabile, sono pochi
i produttori in attività. La si può trovare invece
negli agriturismi, almeno dove si allevano oche e solo di recente
qualche osteria inizia a riproporla. L’oca in onto che
si trova in commercio è fatta prevalentemente con le
carni di oca bianca Romagnola.
A S. Martino, 11 Novembre giorno della sua sepoltura, si mangiavano
invece le prime oche dell’annata, di circa 6-8 mesi, ideali
per essere fatte “roste col saeno”.
La tradizione di mangiare l’oca a S. Martino ha tante
spiegazioni: in questo periodo le oche selvatiche migrano verso
sud per cui è più facile cacciarle; il Cattabiani
nel suo Lunario lega questa usanza al fatto che l’oca
era un animale sacro ai Celti, “simbolo dell’Aldilà
e guida dei pellegrini…” e S. Martino oltre che
essere il patrono di fuggitivi e pastori, lo era anche di viandanti
e pellegrini. Un’altra spiegazione dell’usanza di
mangiare l’oca a S. Martino (tradizione diffusa in mezza
Europa, ben rappresentata nelle raffigurazioni del Santo nei
paesi germanofoni e asburgici) è legata alla leggenda
di Martino che, nascostosi per modestia tra le oche per evitare
l’elezione a Vescovo di Tours, venne smascherato dal loro
schiamazzo. Qui nasce la “punizione” gastronomica
dell’oca. Una variante alla leggenda racconta invece di
un’oca che disturbava la predica del Santo e venne così
punita dai fedeli. Sempre in questa data in Svizzera c’è
la festa detta Gansabhauet (letteralmente “macellazione
dell’oca”) dove un’oca viene appesa a mezz’aria
e tutti cercano di tirarla giù a colpi di bastone. In
Francia fino a pochi anni fa avveniva un simile martirio però
per motivi ben più antichi, quando lo schiamazzare delle
oche impedì ai Galli la presa del Campidoglio; di contro,
per lo stesso evento, il popolo romano, riconoscente, fissava
una somma per il mantenimento delle oche del Campidoglio.
V’è
infine, ben più radicata nel nostro territorio veneto,
un’altra spiegazione alla tradizione di mangiare l’oca
a S. Martino.
Infatti l’11 Novembre è ed era la chiusura dell’annata
agraria, il momento di tirare le somme e fare i conti “col
paron, col mulin, col casolin”. L’annata buona veniva
celebrata mangiando il maiale;
ma nelle campagne venete e friulane - dove erano numerose le
aziende di proprietari ebrei in particolare nei territori bonificati
dagli ordini monastici nel Medioevo, poi espropriati da Napoleone
- il maiale non permesso nella gastronomia ebraica veniva sostituito
dall’oca.
Da qui traggono origine detti popolari come “oche, castagne
e vino, tieni tutti per S. Martino” e “chi non magna
oca a San Martin no fa el beco de un quatrin”.