La Doc Piave,
una delle aree a Denominazione d'Origine più vaste dell'Italia
settentrionale (50 comuni in provincia di Treviso e 12 in provincia
di Venezia) si è arricchita di due nuove tipologie,
Un recente Decreto
Ministeriale ha, infatti, apportato importanti modifiche al
disciplinare di produzione dei Vini del Piave. Ha anzitutto
riconosciuto la varietà “Carmenère”,
antica varietà bordolese arrivata nel Nordest italiano
assieme al Cabernet franc nell’Ottocento e subito confusa
con quest’ultimo. Confusione che non riguarda i viticoltori,
che hanno sempre ben distinto quest’uva, chiamata “Cabernet
franc italiano”, quanto dalla Legge che ne ha lungamente
vietato non solo l’utilizzo per ricavare vini che ne dichiarassero
il suo nome in etichetta, ma anche la coltivazione di uve così
denominate. Così dopo che nel 2006 la Doc Arcole ha ottenuto
il riconoscimento del suo Carmenère Doc, ora anche la
Doc Piave (assieme ad un’altra Doc trevigiana, Montello
e Colli Asolani) potrà produrre vini con il nome di questo
vitigno quasi del tutto dimenticato nella sua originaria Francia,
ma recentemente “rinato” – sia enologicamente
sia commercialmente - nel Nuovo Mondo enologico.
Se ne rallegra
il presidente del Consorzio Tutela Vini del Piave, Antonio Bonotto,
rilevando che “sin dal 1991, ossia da quanto l’Istituto
Sperimentale per la Viticoltura ha chiarito l’identità
del Carmenère, è stato avviato l’iter per
ottenere l’autorizzazione all’impianto di questo
vitigno con il suo vero nome. Ora, finalmente, grazie anche
all'operosa collaborazione della Regione del Veneto, siamo riusciti
a completare il percorso burocratico che ha consentito ai viticoltori
interessati d’autocertificare il possesso di vigneti di
Carmenère, per la veloce iscrizione degli stessi nell’apposito
Registro”.
Con l’altra
sostanziale variazione, meno immediata negli esiti ma non meno
importante, l’istituzione della tipologia “Piave
Malanotte”, il Consorzio Tutela Vini del Piave ha voluto
dare alla nuova tipologia “Raboso Piave Doc Superiore“
un nome aggiuntivo capace si svincolare il vino dal nome del
proprio vitigno, utilizzando un termine a lungo cercato e dibattuto
tra i produttori, quindi accettato dal Comitato Nazionale per
la tutela e la valorizzazione delle denominazioni di origine
e delle indicazioni geografiche tipiche dei vini. Volendo rendere
omaggio alla lunga storia del Raboso Piave attraverso una figura
particolarmente rilevante nel suo percorso secolare, la scelta
di un nome aggiuntivo per il Raboso Piave Doc Superiore è
caduta su “Malanotte”, dal nome di una famiglia
che – pur se originaria del Trentino – ha condizionato
e ammodernato la viticoltura nell’area del Piave, attraverso
due secoli di conduzione di una rigogliosa azienda agricola
a Tezze di Vazzola che si estendeva fino quasi a Conegliano
e a Lovadina, su un’area di qualche decina di chilometri
quadrati, oggi tutti terreni a Denominazione di Origine Controllata
“Piave”.
Il nome “Malanotte”,
oltre ad evocare un periodo di grandi innovazioni agrarie e
di fiorenti commerci di vino Raboso con la vicina Venezia, è
stato scelto anche e soprattutto perché termine che asseconda
le regole del marketing contemporaneo, che vestirà le
bottiglie di un vino di grande corpo, buona struttura e deciso
tenore alcolico con un’etichetta ammiccante, con un nome
facilmente memorizzabile anche dagli stranieri che si presta
a interpretazioni ed evocazioni le più diverse, in efficace
contrasto comunicazionale con la severità del disciplinare
che garantirà il contenuto di quelle bottiglie.
In un tempo in
cui uno dei primi doveri morali di un vignaiolo è difendere
il proprio prodotto dalle insidie della globalizzazione attraverso
la proposta della tipicità, unicità e irripetibilità
dello stesso, i produttori di Raboso Piave Doc hanno voluto,
con la denominazione “Malanotte”, porre l’accento
sull'esclusività di questo vino. Il quale ha già
la fortuna di essere “Raboso Piave” e di godere
quindi di un nome indissolubilmente legato al proprio territorio,
ma che ora, con il nome “Malanotte”, si lega ancora
di più alla propria Storia, tutelandone l’esclusività
e attribuendogli un nome diverso da quello del vitigno, uguale
solo al vino prodotto secondo il disciplinare della Doc “Vini
del Piave”.
Va detto, e non
da ultimo, che si tratta anche di un nome che quasi vent’anni
fa la Cantina Sociale di Tezze ha scelto per identificare un
suo Raboso Doc Piave registrandone anche la proprietà
intellettuale del conseguente uso in esclusiva. E un ringraziamento
particolare va quindi alla disponibilità ma anche alla
lungimiranza dimostrata dalla Cantina Sociale di Tezze che ha
ceduto il marchio “Malanotte” al Consorzio Tutela
Vini del Piave Doc e di conseguenza a tutti i produttori che
ne vorranno disporre per identificare con questo nome il vino
Raboso Piave DOC che presenta i requisiti previsti dal nuovo
disciplinare per essere identificato come “Malanotte”.
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200 anni di storia
dei Malanotte,
dalla Val di Sole al Piave, fino al declino
I “Malanotti”
o “Malanotte” appartengono a una delle famiglie
più importanti e nobili di Caldès; primo comune
di Val di Sole, a pochi chilometri da Malè.
Sull’etimologia del cognome, che non è nota, si
formulano alcune ipotesi. Può derivare da: Male noto,
ossia malanno, così come da Mala (plurale neutro di malum
che significa “mela”) e notte, oppure da Mala nocte,
nel senso di tragica, malvagia, cattiva notte. Le prime due
derivazioni paiono poco probabili, mentre la terza, ritenuta
la più attendibile, deriva da diverse versioni popolari.
A Caldès la tradizione orale parla di un antenato dei
Conti chiamato Malanoth per aver trascorso una notte brava in
una locanda, all’ingresso del paese. Qualcuno addirittura
sostiene che Bernardino de Parolinis (1450-1520 ca.) abbia ereditato
il soprannome di Malanoth a causa della sua travagliata nascita,
causa di una mala notte per tutta la famiglia.
Nei paesi delle terre del Piave si dice invece che l’etimo
deriva da “notte tragica” trascorsa da un cacciatore
sopra un generico albero per sfuggire agli assalti di un orso.
Ma si parla anche di una mala notte consumata in compagnia di
una femmina di malavita, facili costumi e pochi scrupoli, che
gli costò una cospicua parte della sua fortuna. Comunque
sia, nei documenti d’archivio più antichi appare
anche il cognome latino Malanoctae, che cronologicamente diventa
Malanocti e Malanotti. E a Tezze di Piave, dal 1800, ritorna
e resta nell’antica versione di Malanotte (Innocente Soligon
e Giancarlo Bardini: ”Borgo Malanotte”, Gruppo Borgo
Malanotte – Tezze di Piave, 2000)
Intorno al 1674, per far fronte alle enormi spese delle guerre
contro i Turchi, Venezia mette in vendita i “Beni Comunali”
e offre occasioni favorevoli sia per interessanti investimenti
in case, i cui affitti sono considerevoli, sia nella gestione
dei “Beni Ecclesiasitci”, i più importanti
dei quali sono appannaggio dei patrizi veneti mentre i minori
(chiese, ospedali ecc.) sono destinati alla piccola nobiltà
di terraferma.
In questo periodo una linea dei Malanotti si trasferisce a Verona,
Padova e forse a Milano, mentre il ramo che si distinguerà
per l’uso di una delle più antiche versioni del
cognome – cui fa capo Gio Batta Malanotte - decide di
emigrare a Venezia per sottrarsi all’impoverimento generale
del Trentino, dove la devastante Guerra dei trent’anni
e le conseguenze della peste del 1630-31 avevano determinato
la crisi delle vallate costringendo il popolo alla fame, mentre
i nobili tentarono di espatriare.
L’attenzione di Gio Batta dei nobili Malanotti, attratta
dalla particolare situazione, si concentra nell’acquisto
di Beni Comunali nelle pianure del Piave e di palazzi a Venezia.
E subito la sua abilità di uomo d’affari si misura
con una delle principali risorse agricole della sua nuova “residenza
di campagna”. Tra il 1686 e il 1689 sono numerose le grandi
partite di vino nero prodotto a Tezze di Piave che vende a Venezia
(Archivio di Stato di Venezia, “Archivio Tiepolo”,
I deposito, b.253, fasc.2, cc.tv, 12r.)
I discendenti di questo ramo veneziano della famiglia sono i
fondatori della villa veneta, sorta nel secolo XVII in località
Tezze di Piave, dove l’antico maso della locale famiglia
dei Bonotti diventa Borgo e nel Settecento assume il nome dei
nuovi blasonati proprietari. Quelli che dal Settecento si distinguono
dagli altri per l’uso della più antica versione
latina del nome Malanocte, italianizzato in Malanotte.
Grazie a numerosi “acquisti a livello” (prestiti
in denaro con ipoteca sui beni immobili del debitore che continuava
a lavorare la terra e a rimanere nella casa ipotecata pagando
una specie di affitto sotto forma d’interessi sul capitale
ricevuto), dei quali un centinaio rintracciati negli atti notarili,
i Malanotte incrementano velocemente il loro patrimonio terriero,
inserendosi prepotentemente nella proprietà fondiaria
del paese, determinandone lo sviluppo e la vita economica.
La famiglia accumula così oltre 700 campi e diverse case
padronali a Conegliano, e con Pier Antonio Malanotte, nella
seconda metà del Settecento, raggiunge il massimo splendore.
Con l’arrivo del Malanotte sul Piave è attuata
una trasformazione radicale nelle coltivazioni. Si passa immediatamente
dalla preminenza di pascoli e prati all’estensione dei
seminativi, soprattutto frumento e granturco, con particolare
diffusione dei vigneti.
Una delle notifiche di Decima (precursori delle odierne denunce
dei redditi) che i possidenti presentavano al Senato della Repubblica
di Venezia, indica che in data 26 settembre 1740 la proprietà
fondiaria dell’Abbate Girolamo Malanotte è costituita
da 442 campi, ubicati per la maggior parte a Tezze e Soffratta,
con vari appezzamenti a Mareno, S.Michele di Piave e Visnà.
Dall’analisi di quest’articolata dichiarazione si
evince che il prodotto più coltivato era il mais e che
assieme ad esso è il vino la componente più importante
del reddito dominicale. Al contadino spetta la metà del
prodotto, ma la quota è defalcata dal quartese e dal
nolo delle botti. Dalle denunce di alcuni poderi dei Malanotte
si deduce anche che spesso il vino era ceduto dal contadino
in sostituzione della quota d’affitto della casa.
I vitigni più coltivati nei territori dei Malanotte sono
quelli più diffusi nel Settecento, primo tra tutti il
Raboso (Rabosa o Recandina), seguiti dal Marzemino, dal Verdiso
e dalle Bianchette e i proprietari sono tenuti a fornire le
piante sia per le nuove piantagioni sia per le sostituzioni.
Le viti sono maritate al pioppo o al gelso, disposte in filari
secondo il sistema di coltivazione denominato “piantana”
che caratterizzerà fino ai primi decenni del Novecento
il paesaggio agrario del Piave.
L’attività di Pier Antonio (pronipote di Girolamo)
dal 1755 al 1775 è frenetica non solo negli acquisti
ma soprattutto nell’ammodernamento delle culture agricole,
della Villa e dell’ampio e complesso Borgo limitrofo.
Egli risiede a Venezia ma è spesso presente a Tezze,
attento alla conduzione dell’azienda in un periodo di
crisi agricola che egli cerca di risolvere seguendo con interesse
gli insegnamenti delle Accademie Agrarie che cercavano di orientare
i coltivatori verso un miglioramento agricolo.
Per far conoscere i risultati ottenuti con i suoi esperimenti
agricoli, il 16 dicembre 1769 ospita nella sua azienda 450 persone,
tra cui i maggiori agricoltori del Veneto e tutti i suoi contadini,
e offre loro un banchetto memorabile capeggiato dal famoso fisiocrate
conte abate Vinciguerra VII di Collalto. Fra gli altri è
presente anche uno dei più noti studiosi dell’epoca,
l’agronomo Giovanni Scottoni, che in una relazione pubblicata
in seguito da una rivista specializzata rivolge i suoi complimenti
al Malanotte “per la sua magnanimità” e si
congratula ammirato per “il valido rinnovamento colturale
introdotto” (Pier Angelo Passolunghi: “Libero in
Cà Collalto - dai carteggi dell’agronomo veneto
Giovanni Scottoni”, in “Atti e memorie dell’Ateneo
di Treviso”, n.s. 1991-1992, n.9.)
Anche la vinificazione subisce grandi mutamenti, in questo periodo.
Considerata inizialmente un’incombenza contadina, nella
seconda metà del Settecento passa sotto la competenza
del proprietario determinato a sovrintendere personalmente le
fasi di questa delicata lavorazione che può influenzare
sostanzialmente la qualità del prodotto ottenuto. Così
Pier Antonio fa costruire, dietro la Villa, una nuova cantina
che andrà distrutta dai bombardamenti durante la Grande
Guerra.
E’ il vino rosso, che è in massima parte ottenuto
da uve Raboso, il più conosciuto e apprezzato, tanto
da varcare i confini locali ed anche nazionali. Infatti, in
una guida francese del 1855, destinata ai primi viaggiatori
diretti in Italia, è raccomandato di visitare Conegliano
e di bere “le vin rouge Malanotte di Tezze” (Ernest
Foerster, “Manuel de Voyageur en Italie”, Munich
1855).
Nel 1775 l’attivissimo Pier Antonio Malanotte deve registrare
i primi segnali di declino, iscritto nei numerosi atti notarili
giunti fino a noi che registrano il progressivo indebitamento
della famiglia: la liquidità è diminuita, la gestione
patrimoniale non è per niente positiva e sembra fallire
anche il tentativo di sfruttare la struttura esistente dell’azienda
(mettendo a profitto sia la conoscenza agronomica sia gli uomini
e gli strumenti di lavoro) prendendo a prestito del denaro contro
ipoteche sugli immobili. Ma i tempi sono davvero cambiati, e
alla fine degli anni 80 del Settecento i Malanotte perdono parecchi
terreni dati in garanzia dei numerosi debiti che non sono riusciti
a onorare.
E’ anche l’inizio di un periodo molto difficile
per il Veneto tutto, che tra il 1796 e il 1815 vive una gravissima
crisi causata da una terrificante successione di eventi devastanti
a carattere climatico e politico. I raccolti sono miseri e ben
sei sono le campagne militari con scontri tra francesi e austriaci,
requisizioni e devastazioni che vanno ad affamare la regione
e ad azzerare le rendite immobiliari. In tali contingenze è
impossibile per i Malanotte ottenere un recupero sulla redditività
che, per la verità, non avviene nemmeno quando la situazione
economica migliorerà, a partire dal 1830. Questo perché
oramai la situazione era molto, molto mutata.
Intanto la fine della Repubblica di Venezia (1797) aveva peggiorato
la situazione e nel 1802 moriva Pier Antonio, che lascia le
proprietà terriere, la Villa e il Borgo al figlio Domenico,
che non ha certo la personalità del padre e il cui interessamento
all’azienda è molto modesto; a un altro figlio,
sacerdote, assegna alcuni beni immobili.
La crisi è comunque ancora latente: alla morte di Domenico
(1828) la sua unica figlia, Camilla, eredita oltre 600 campi,
con la Villa e le case coloniche. Sposatasi con il nobile coneglianese
Francesco Concini, Camilla resta vedova nel 1864 e non riesce
a reagire all’accumulo di debiti che avevano annullato
il pur consistente patrimonio immobiliare, creando così
le condizioni perché l’intera proprietà,
già ipotecata, fosse posta sotto sequestro dal Tribunale.
Dopo circa 200 anni i Malanotte persero così tutti i
loro terreni nella zona del Piave e la loro Villa di Tezze.
Alla morte di Camilla, i suoi figli ereditano dal padre il nome
di Concini e, di fatto, la presenza della famiglia Malanotte
nelle terre dei Piave si azzera. Il ramo familiare rimasto in
Trentino, come detto, ha già da secoli declinato il suo
cognome in “Malanotti”, mentre restano nel veneziano
rari esempi del cognome Malanotte.
IL CARMENÈRE: STORIA DI UN NOME RITROVATO
Il Decreto Ministeriale
che riconosce la tipologia Carmenère Doc Piave è
stato firmato e pubblicato nei giorni di vendemmia, quando l’impegno
di ciascun produttore vitivinicolo era concentrato sulla raccolta,
mentre i tempi per l’espletamento delle pratiche burocratiche
necessarie alla variazione dell’iscrizione dei vigneti
da Cabernet franc a Carmenère erano davvero stretti.
Nonostante ciò, grazie ad un intenso lavoro di squadra
tra Consorzio Tutela Vini del Piave, Regione del Veneto (nella
persona dell’infaticabile dott. Giuseppe Catarin della
Direzione Produzioni Agroalimentari) ed AVEPA di Treviso (un
ringraziamento particolare al suo dirigente, dott. Alberto Zannol)
e grazie alla volontà dei produttori che hanno capito
l’importanza della nuova opportunità che il Carmenère
rappresenta, numerose sono state le richieste di variazioni
che porteranno alla produzione di almeno una decina di etichette
di Carmenère Doc Piave vendemmia 2008. Era questo il
valore minimo che il Consorzio si era prefissato per affermare
che l’annata 2008 segnerà il “debutto”
di questa nuova tipologia (in Italia presente solo nelle Doc
Arcole e Montello e Colli Asolani, ma in dimensioni piuttosto
ridotte rispetto a quelle che la Doc Piave può produrre)
e sostenere con campagne stampa e altre iniziative in fase di
studio il “lancio” sul mercato di questo vino antico
dal nome nuovo.
Perché è questo che i vignaioli del Piave dovranno
presto fare: promuovere un vino che ben conoscono, ma con un
nome diverso dal solito. Un nome affascinante, tra l’altro,
con una lunga storia fino a ieri non riconosciuta dall’Albo
Vigneti. Un nome che sta vivendo un brillante presente, ad esempio,
in Cile ed anche in California. Nome, quindi, che potrebbe diventare
un indiscutibile valore aggiunto per un prodotto che ha già
una sua discreta diffusione e richiesta, del quale conoscono
già le più adeguate tecniche di vigneto e di cantina.
Un nome del quale, di seguito, illustriamo il percorso storico,
in attesa di poter scriverne il futuro.
DA PLINIO IL VECCHIO ALL’ERRORE STORICO
Di sicuro, come per i Cabernet, sappiamo che il Carmenère
deriva dalla “Vitis biturica” giunta nel bordolese
in epoca romana, anche se Plinio il Vecchio (nel 71 d.C.), riporta
che era coltivata nell’attuale zona di Bordeaux dalla
tribù celtica dei Biturigi, mentre Columella –
poco prima – sostiene che provenisse da Durazzo (Albania)
e sapeva che era coltivata in varie zone dell’Hiberia
(Spagna) e in particolare nell’attuale Rioja.
Nell’eterogenea famiglia di vitigni neri coltivati nel
secolo scorso nel bordolese, che genericamente erano chiamati
“Cabernet”, si sono distinti fino ad assumere indicazione
autonoma il Cabernet sauvignon e il gruppo dei Cabernet franc.
E proprio tra quei Cabernet, come confermato da studi condotti
in Francia all’inizio del Novecento (“Ampélographie”,
di P.Viala e V.Vermorel, 1905), vi era anche il Carmenère
(il cui nome pare derivi dalla parola “carmine”,
per il colore particolarmente intenso del vino), identificabile
per alcune particolarità morfologiche e soprattutto organolettiche
delle sue uve. Fin dalla prima metà dell’Ottocento,
infatti, il Carmenère era stato distinto dal Cabernet
per i grappoli più grandi e più spargoli, per
la vigoria, la scarsa fertilità, l’aroma e il colore
più intenso delle bacche (“Ampélographie
Universelle” di P.Odart, 1849), ma quando fu importato
in Italia assieme agli altri Cabernet – probabilmente
intorno al 1820 dal Conte di Sambuy che ne impiantò un
vigneto in Valmagra – fu scambiato per una degenerazione
e indebolimento del Cabernet franc.
Come conseguenza, nel Veneto e in Friuli, questo tipo –
notevolmente diffuso proprio perché la sua vigoria e
la sua necessità di potatura lunga si potevano adattare
alle condizioni di coltura e perché la grande qualità
del vino poteva far sopportare produzioni anche scarse –
diventava per ampelografi, studiosi e coltivatori il prototipo
del Cabernet franc.
GLI STUDI PIU’
RECENTI
Negli anni Sessanta del Novecento, quando Antonio Calò
e Carmine Liuni indagarono sui fenomeni di colatura cui andava
soggetto il cosiddetto Cabernet franc presente nel Veneto, furono
importate delle collezioni francesi di Cabernet franc lì
coltivato, e le diversità tra i due tipi cominciò
ad apparire evidente. Fu, però, attribuita a variabilità
clonale, tanto che furono distinti nella pratica della propagazione,
anche se impropriamente, un Cabernet franc di tipo francese
e un Cabernet franc di tipo italiano, che poi si dimostrerà
essere Carmenère.
Fu un successivo studio di caratterizzazione varietale tra i
cloni francesi e italiani con marcatori biochimici a mettere
in luce che si trattava, probabilmente, di due vitigni diversi.
Dubbi dissolti da analisi condotte negli anni 1988-91 presso
l’Istituto Sperimentale di Viticoltura di Susegana, che
hanno evidenziato che:
- La foglia del
Carmenère è identificabile per essere leggermente
più stretta, con i seni laterali più profondi
e il seno peziolare maggiormente sovrapposto, così com’era
già stato messo in risalto da studi precedenti e come
ha confermato l’analisi computerizzata.
- Il grappolo è identificabile per la forma cilindrico-conica,
ma soprattutto per la maggiore spargolicità dovuta a
maggiore colatura; questa è la conseguenza di fiori anomali
in discreta percentuale per la spilatura degli stami.
- Fisiologicamente il vitigno è più vigoroso,
leggermente più precoce di maturazione e meno fertile,
soprattutto nelle gemme basali del capo a frutto. Anche questi
elementi sono riportati in letteratura enologica precedente.
- L’analisi chimica delle uve e del vino dimostra che
il Carmenère è molto più ricco di 2-metossi
3-isobutil pirazina, giustificando così il maggiore sapore
erbaceo anch’esso richiamato nelle vecchie descrizioni
ampelografiche.
- Per quanto concerne i fenoli è più ricco in
antociani ed ha più alti flavonoidi totali, confermando
anche qui le vecchie descrizioni che parlano di uve più
colorate. Inoltre l’uva ha una percentuale più
bassa di peonina e di antociani acetati e più alta di
antociani p-cumarati.
- L’uva mostra poi rapporti malvina acetato/malvina p-cumarato
più bassi
- L’analisi chimica dei semi rileva un rapporto catechina/epicatechina
minore, così com’è più basso il contenuto
di acidi idrossicinnamil tartarici del mosto.
Sono trascorsi
ben diciassette anni dalla pubblicazione dello studio condotto
da Antonio Calò, Rocco Di Stefano e Angelo Costacurta
sulla Rivista Viticola Enologica che ha evidenziato inequivocabilmente
che il vitigno Cabernet franc comunemente detto “italiano”,
diffusissimo nella Doc Piave così come in tutto il Veneto
e il Friuli – è in realtà Carmenère.
E dopo diciassette anni suonano ancora “come nuove”,
un po’ “per forza di cose”, un po’ perché
scritte con accorta lungimiranza, le righe conclusive di quel
lungo articolo: “Riteniamo così risolto l’equivoco
del secolo scorso, quando al momento dell’importazione
in Italia di questi vitigni furono commessi errori ampelografici
che si sono mantenuti nel tempo anche per la scarsa conoscenza
del Carmènere, via via abbandonato nelle coltivazioni
francesi. Il movimento di rivalutazione dei vecchi vitigni di
pregio sta ora risvegliando, anche nel bordolese, interesse
per il Carmenère e l’aver mantenuto in Italia una
culla culturale di questa varietà è fatto importante,
specie se legato anche a interessanti selezioni clonali effettuate”.
articoli collegati: Alla
scoperta del Malanotte del Piave DOCG - pdf (400 kb)
Malanotte
DOCG, nettare del Raboso del Piave
E'
inziata l'era del Malanotte del Piave Docg
Malanotte
del Piave DOCG, 12 novembre 2011 stappatura prima bottiglia