Il
Carmenère

Di sicuro, come
per i Cabernet, sappiamo che il Carmenère deriva dalla
“Vitis biturica” giunta nel bordolese in epoca romana,
anche se Plinio il Vecchio (nel 71 d.C.), riporta che veniva
coltivata nell’attuale zona di Bordeaux dalla tribù
celtica dei Biturigi, mentre Columella – poco prima –
sostiene che provenisse da Durazzo (Albania) e sapeva che era
coltivata in varie zone dell’Hiberia (Spagna) e in particolare
nell’attuale Rioja.
Nell’eterogenea famiglia di vitigni neri coltivati nel
secolo scorso nel bordolese, che genericamente erano chiamati
“Cabernet”, si sono distinti fino ad assumere indicazione
autonoma il Cabernet sauvignon ed il gruppo dei Cabernet franc.
E proprio tra quei Cabernet, come confermato da studi condotti
in Francia all’inizio del Novecento (“Ampélographie”,
di P.Viala e V.Vermorel, 1905), vi era anche il Carmenère
(il cui nome pare derivi dalla parola “carmine”,
per il colore particolarmente intenso del vino), identificabile
per alcune particolarità morfologiche e soprattutto organolettiche
delle sue uve. Fin dalla prima metà dell’Ottocento,
infatti, il Carmenère era stato distinto dal Cabernet
per i grappoli più grandi e più spargoli, per
la vigoria, la scarsa fertilità, l’aroma e il colore
più intenso delle bacche (“Ampélographie
Universelle” di P.Odart, 1849), ma quando fu importato
in Italia assieme agli altri Cabernet – probabilmente
intorno al 1820 dal Conte di Sambuy che ne impiantò un
vigneto in Valmagra – venne scambiato per una degenerazione
ed indebolimento del Cabernet franc.
Come conseguenza, nel Veneto e in Friuli, questo tipo –
notevolmente diffuso proprio perché la sua vigoria e
la sua necessità di potatura lunga si potevano adattare
alle condizioni di coltura e perché la grande qualità
del vino poteva far sopportare produzioni anche scarse –
diventava per ampelografi, studiosi e coltivatori il prototipo
del Cabernet franc.
Negli anni Sessanta
del Novecento, quando Calò e Liuni indagarono sui fenomeni
di colatura cui andava soggetto il cosiddetto Cabernet franc
presente nel Veneto, furono importate delle collezioni francesi
di Cabernet franc lì coltivato, e le diversità
tra i due tipi cominciò ad apparire evidente. Fu, però,
attribuita a variabilità clonale, tanto che furono distinti
nella pratica della propagazione, anche se impropriamente, un
Cabernet franc di tipo francese ed un Cabernet franc di tipo
italiano, che poi si dimostrerà essere Carmenère.
Fu un successivo
studio di caratterizzazione varietale tra i cloni francesi ed
italiani con marcatori biochimici a mettere in luce che si trattava,
probabilmente, di due vitigni diversi. Dubbi dissolti da analisi
condotte negli anni 1988-91 presso l’Istituto Sperimentale
di Viticoltura di Susegana, che hanno evidenziato che:
La foglia
del Carmenère è identificabile per essere
leggermente più stretta, con i seni laterali più
profondi ed il seno peziolare maggiormente sovrapposto, così
com’era già stato messo in risalto da studi precedenti
e come ha confermato l’analisi computerizzata.
Il grappolo
è identificabile per la forma cilindrico-conica, ma soprattutto
per la maggiore spargolicità dovuta a maggiore colatura;
questa è la conseguenza di fiori anomali in discreta
percentuale per la spilatura degli stami.
Fisiologicamente
il vitigno è più vigoroso, leggermente più
precoce di maturazione e meno fertile, soprattutto nelle gemme
basali del capo a frutto. Anche questi elementi sono riportati
in letteratura enologica precedente.
I patterns isoenzimatici
dei sistemi enzimatici GPI e PGM sono differenti e caratterizzanti.
L’analisi
chimica delle uve e del vino dimostra che il Carmenère
è molto più ricco di 2-metossi 3-isobutil pirazina,
giustificando così il maggiore sapore erbaceo anch’esso
richiamato nelle vecchie descrizioni ampelografiche. Per quanto
concerne i fenoli è più ricco in antociani e flavonoidi
totali, confermando anche qui le vecchie descrizioni che parlano
di uve più colorate. Inoltre l’uva ha una percentuale
più bassa di peonina e di antociani acetati e più
alta di antociani p-cumarati. L’uva mostra poi rapporti
malvina acetato/malvina p-cumarato più bassi
L’analisi
chimica dei semi rileva un rapporto catechina/epicatechina
minore, così come è più basso il contenuto
di acidi idrossicinnamil tartarici del mosto.
Sono trascorsi
ben 17 anni dalla pubblicazione dello studio condotto da Antonio
Calò, Rocco Di Stefano e Angelo Costacurta sulla Rivista
Viticola Enologica che ha evidenziato inequivocabilmente che
il vitigno Cabernet franc comunemente detto “italiano”,
diffusissimo nella Doc Piave così come in tutto il Veneto
e il Friuli – è in realtà Carmenère.
E dopo 17 anni suonano ancora “come nuove”, un po’
“per forza di cose”, un po’ perché
scritte con accorta lungimiranza, le righe conclusive di quel
lungo articolo: “Riteniamo così risolto l’equivoco
del secolo scorso, quando al momento dell’importazione
in Italia di questi vitigni furono commessi errori ampelografici
che si sono mantenuti nel tempo anche per la scarsa conoscenza
del Carmènere, via via abbandonato nelle coltivazioni
francesi. Il movimento di rivalutazione dei vecchi vitigni di
pregio sta ora risvegliando, anche nel bordolese, interesse
per il Carmenère e l’aver mantenuto in Italia una
culla culturale di questa varietà è fatto importante,
specie se legato anche ad interessanti selezioni clonali effettuate”.
