Newsletter Marcadoc




Teatro in Villa 2012


articolo collegato: Teatro in Villa 2013 – Programma e cartellone rassegna

____________

TEATRO IN VILLA 2012 - programma 2012

Si rinnova l'appuntamento con Teatro in Villa, rassegna di grande valore culturale che, nel corso delle edizioni, è riuscita a guadagnarsi una grande popolarità, non solo sul territorio, un notevole gradimento da parte di un pubblico eterogeneo ed anche dagli addetti ai lavori.
Teatro in Villa offre un programma teatrale di grande pregio e attenzione con un nutrito carnet di artisti che si avvicendano nei parchi delle più belle Ville Venete della provincia, peculiare teatro naturale, riscoperto con l’occasione.
Un appuntamento imperdibile all'interno del macro cartello RetEventi Cultura, che ogni anno fa rivivere le piazze e la gente della Marca.

PROGRAMMA COMPLETO “Teatro in Villa 2012”

Data
Comune - luogo
Titolo, Autore
Compagnia
Regia Attori

Prezzo ingresso
intero - ridotto

Ve 15/6


VOLPAGO DEL MONTELLO
Villa Spineda ora Veneto Banca Località Venegazzù
Maltempo:
Teatro Parrocchiale
SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE
da Shakespeare

La Piccionaia - I Carrara Teatro Stabile d’Innovazione
7-4
Ma 19/6
MARENO DI PIAVE
Giardino Centro Culturale
Maltempo: Teatro Centro Culturale
I PROMESSI SPOSI
Da A.Manzoni
Teatroimmagine
7.4
Ve 22/6
VOLPAGO DEL MONTELLO
Villa Spineda ora Veneto Banca
Località Venegazzù
Maltempo: Teatro Parrocchiale Venegazzù
LE BARUFFE CHIOZZOTTE
Di C.Goldoni
Piccolo Teatro Città di Chioggia
7-4
Sa 23/6
FONTANELLE
Località Vallonto
Villa Zanellato ora Battaglini
Via Basalghelle
Maltempo: Barchessa stessa Villa
VENTI IN POPPA!
Con SERGIO SGRILLI
Due Punti srl / RIDENS
12-10
Ma 26/6
MARENO DI PIAVE
Giardino Centro Culturale
Maltempo: Teatro Centro Culturale
QUESTA SERA COSE TURCHE Con le cabarettiste di Zelig
ROSSANA CARRETTO
PIA ENGLEBERTH ALESSANDRA SARNO
Testi di Giorgio Centamore - Regia di ENZO IACHETTI
Reggio Iniziative Culturali
12-10
Ma 3/7
MARENO DI PIAVE
Giardino Centro Culturale
Maltempo: Teatro Centro Culturale
EL SENATOR VOLPON
Di L.Lunari
Astichello Teatro
7-4
Ve 6/7
ORMELLE
Località Tempio
P.zza Cavalieri del Tempio
Maltempo: Palestra Comunale
CABARET IN BRODO DI DADO
Con Dado Tedeschi
Dado Tedeschi
7-4

Ve 6/7
RONCADE
Villa Giustinian
Maltempo: Barchessa della Villa
LA BISBETICA DOMATA
Da Shakespeare
Salamander Savona
7-4
Ve 6/7
CHIARANO
Parco Villa Zeno
Maltempo: Sala parrocchiale
D.Stella loc. Fossalta Maggiore
EL CIACOLON IMPRUDENTE
Di C.Goldoni
La Barcaccia
7-4
Sa 7/7
FONTE
Colle San Nicolò a Fonte Alto
Maltempo: Centro Parrocchiale a Onè di Fonte
DIESE FRANCHI DE AQUA DE SPASEMO
Di R.Cuppone
Il Satiro Teatro
7-4
Sa 7/7
ISTRANA
Parco Villa Lattes
Maltempo Barchessa coperta in Villa
EL CIACOLON IMPRUDENTE
Di C.Goldoni
La Barcaccia
7-4
Ma 10/7
MARENO DI PIAVE
Giardino Centro Culturale
Maltempo: Teatro Centro Culturale
MATRIMONI E ALTRI MALINTESI
Commedia campestre
liberamente tratta da Anton Cechov a cura di Giorgio Sangati
Accademia Teatro in Lingua Veneta
7-4
Gi 12/7
CASTELLO DI GODEGO
Parco Villa Martini
Maltempo: Teatro Istituto Salesiano
MI RITORNI IN MENTE
Le canzoni di Lucio Battisti per una storia d’amore
La Manifattura / Macherio
7-4
Gi 12/7
BREDA DI PIAVE
Parco Villa Olivi
Maltempo: Palestra di Saletto
LA CATTIVA STRADA
Omaggio a Fabrizio De Andrè
Zelda comp. prof.
7-4
Ve 13/7
PONZANO VENETO
Parco Villa Serena in
Località Paderno
Maltempo: Sala polifunzionale parrocchiale di Paderno
CARLO, GOLDONI & GIORGIO
Con Carlo & Giorgio
Carlo & Giorgio
10-7
Sa 14/7
PORTOBUFFOLE’
Piazza Ghetto
Maltempo: Loggia del Fontego
STORIA TRAGICOMICA
DELL’ULTIMO BARCARO
Di D.Stefanato e X.De Luigi - Regià di R.Cuppone
Il Satiro Teatro
7-4
Sa 14/7
ISTRANA
Parco Villa Lattes
Maltempo: Barchessa coperta
LA NONNA HA SEMPRE FAME
Di R.Cossa
Teatro Armathan
7-4
Do 15/7
ORMELLE
Località Tempio
P.zza Cavalieri del Tempio
Maltempo: Palestra Comunale
GLI INNAMORATI
Di C.Goldoni
La Trappola Teatro
7-4
Ve 20/7
CHIARANO
Parco Villa Zeno
Maltempo: Sala parrocchiale
D.Stella loc. Fossalta Maggiore
SOLO SOLISSIMO NELLA LAGUNA
Con Valter Rado La Piccionaia
Teatro Stabile di Innovazione
7-4
Ve 20/7
RONCADE
Villa Giustinian
Maltempo: Barchessa della Villa
FAR FINTA DI ESSERE, TRIBUTO A GIORGIO GABER
Zelda comp. prof.
7-4
Ve 20/7
PONZANO VENETO
Parco Villa Serena in
Località Paderno
Maltempo: Sala polifunzionale parrocchiale di Paderno
LA LOCANDIERA
Di C.Goldoni
Teatro Stabile del Leonardo
7-4
Sa 21/7
ISTRANA
Parco Villa Lattes
Maltempo: Palazzetto dello Sport
FIOI DE PADANIA
Di Cavallin e Cuppone
Anonima Magnagati
10-7
Sa 21/7
PAESE
Parco Villa Panizza
Maltempo: Sala Polivalente Parrocchiale
IL ROMANZO DELLA ROSA
Dal poema del XIII° sec.
Teatroimmagine
7-4
Sa 21/7
PORTOBUFFOLE’
Piazza Ghetto
Maltempo: Loggia del Fontego
O LA XE MATA O LA XE OSSESSA
Da Shakespeare
Piccolo Teatro del Garda
7-4
Ve 27/7
Quinto
Oasi Cervara, località S.Cristina
Maltempo: Palestra Scuola Media Ciardi
IL GIOVINE FRANKENSTEIN
Di De Luca e Donin
I Papu e Teatro a la coque
9-5
Sa 28/7
ISTRANA
Parco Villa Lattes
Maltempo: Barchessa coperta
RAPTUS
Psico-tragedia familiare a tinte comiche Di D.Falleri
La Gazza ladra
7-4
Sa 28/7
PAESE
Parco Villa Panizza
Maltempo: Sala Polivalente Parrocchiale
NO TE CONOSSO PIU’ A.De Benedetti
Teatroroncade
7-4
Ve 3/8
Quinto
Oasi Cervara, località S.Cristina
Maltempo: Palestra Scuola Media Ciardi
ANGIOLO
Il Chiaro e lo Scuro Vita del Caravaggio
Prototeatro
7-4
Sa 4/8
PAESE
Parco Villa Panizza
Maltempo: Sala Polivalente Parrocchiale
Debutto NUOVA PRODUZIONE
Carlo & Giorgio
12-10
Ve 19/10
MONTEBELLUNA
Teatro Villa Correr Pisani
ALBERI
Da Mauro Corona
La Piccionaia – I Carrara
Teatro Stabile di Innovazione
7-4
Ve 26/10
MONTEBELLUNA
Teatro Villa Correr Pisani
LA PAURA FA NOVANTA
Di P.Costalunga
Glossa Teatro
7-4
Ve 2/11
MONTEBELLUNA
Teatro Villa Correr Pisani
MATO DE GUERA
Di G.D.Mazzocato
Il Satiro Teatro
7-4
Ve 9/11
MONTEBELLUNA
Teatro Villa Correr Pisani
VENETO RIDENS
Di Vari
Glossa Teatro
Con Pino Costalunga e Vasco Mirandola
7-4

 

COMMENTI - Rif. data Commento


15/6 SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE - Nel bosco di Shakespeare fra misteri e incantamenti
Dalla Piccionaia una versione giovane e scattante del suggestivo e magico “Sogno di una notte di mezza estate”. L'amore e la follia, la realtà e l'apparenza, la fedeltà e l'inganno. E poi il mistero, la magia, l'incantamento: dentro il suo Sogno di una notte di mezza estate William Shakespeare mette di tutto e di più, con il dichiarato intento di stupire e divertire, mandando al massimo regime i giri della macchina teatrale. Non c'è compagnia di attori capace di resistere all'attrazione di questo incredibile guazzabuglio di storie e di equivoci, perfetto per mettere alla prova la fantasia del regista, la bravura degli interpreti e l'efficacia dell'apparato tecnico che sostiene la rappresentazione.
Sette samurai vestiti di nero, con in mano dei bastoni da combattimento che, piantati sul palco, diventano i tronchi di un bosco fantastico. I tre livelli narrativi - che raccontano del travagliato rapporto di due coppie di fidanzati, della contesa amorosa tra Oberon, re degli elfi e Titania, regina delle fate, e della complicata messa in scena di una recita per allietare il matrimonio tra Teseo, duca di Atene e Ippolita, signora delle amazzoni - si intrecciano l'uno con l'altro formando un filo conduttore robusto e ben teso, al quale gli attori si aggrappano con forza e con destrezza. La parola passa in secondo piano, lasciando ampia libertà al gesto e alla musica. Sfrondata delle lunghe tirate con cui i protagonisti esprimono le loro pene, la recita procede per quadri atletici e nervosi nei quali il mezzo espressivo diventa il corpo e la forma di rappresentazione quella della farsa. Stacchi musicali ben calibrati e canti corali eseguiti dagli stessi attori accompagnano lo svolgersi degli eventi e rendono armonici i frequenti cambi di scena. Disponendo di sette attori per un testo che ne prevede almeno il triplo, è inevitabile il salto mortale tra un personaggio e l'altro. Ma bastano una bombetta, una stampella, una palandrana, un paio di orecchie finte per cambiare canale, passando da una storia all'altra senza perdersi nel giocoso labirinto costruito dall'Autore.
Un gruppo di sette artisti eccentrici, ognuno con il suo particolare sapere scenico, intraprende un viaggio nella magia di una tra le grandi macchine teatrali shakespeariane, Sogno di una notte di mezza estate. I preparativi per le nozze di Teseo ed Ippolita sono turbati dai contrasti tra i quattro innamorati Lisandro, Ermia, Demetrio ed Elena, le cui inclinazioni non corrispondono ai matrimoni cui sono destinati.Nel frattempo un’improbabile compagnia di dilettanti sta preparando una commedia da presentare come omaggio alle nozze dei nobili Teseo ed Ippolita.
I contrasti tra gli amanti e la ricerca di tranquillità per le prove degli attori portano tutti i protagonisti a darsi appuntamento nel bosco al limite della città. Ma si tratta di un bosco incantato dove i contrasti tra il re degli elfi e la regina delle fate provocano un turbine di apparizioni e sorprese, in una notte in cui nessuno riconosce più se stesso.
Tra comici equivoci e magiche sorprese la notte trascorre come un sogno, al termine del quale sarà difficile distinguere le visioni dalla realtà.Un grande racconto fantastico sulla realtà e l'illusione, in cui la leggerezza del gioco apre inaspettati squarci di verità.

19/6 I PROMESSI SPOSI - "Vi sembrerà curioso, ma non sapevo neanche cosa fossero “I promessi sposi” prima che Teatroimmagine mi proponesse di mettere in scena il romanzo di Alessandro Manzoni, ma ho subito capito che questo classico della letteratura italiana è per ogni italiano un ricordo impresso a vita nella sua memoria, un ricordo dal sapore forte tra odio e passione, ma che non lascia nessuno indifferente.
E’ strano, ma nella mia cultura francofona, belga, “I promessi sposi” è un romanzo sconosciuto di cui non si parla neanche al liceo. Invece, Victor Hugo (il nostro Manzoni) ogni italiano sa chi è stato e che ha scritto “I miserabili”. Ma perché? Perché “I promessi sposi” non hanno mai varcato le Alpi? Cosa rinchiude di speciale questo romanzo, che da quasi due secoli fa parte della coscienza collettiva di tutto un popolo? Tante sono le domande che hanno alimentato il nostro lavoro, la nostra ricerca.
Che un belga metta in scena un tale “monumento” della letteratura italiana può sembrare pretenziosa follia. Al contrario, penso che questo ci permetta di dissacrare questo classico, più per divertimento che per sfida. In effetti “le jeux” è il filo rosso di tutto lo spettacolo: “jeux” è una parola francese che ha questo doppio significato di “gioco” ma anche di “recitazione”. Ma attenzione, non vogliamo offrire al pubblico uno spettacolo recitato, bensì giocato, offrire il lato festoso del teatro dove l’attore non è uno strumento di un testo, di un regista, d’una scenografia, ma di se stesso.
Rappresentare questa saga infinita, questo “tourbillon” di personaggi in cinque attori e un musicista è come fare un salto mortale su una corda sospesa: tu fai Lucia, ma poi diventi la Contessina Attilia che si traveste da gendarme mentre Agnese fa il Griso, Renzo si trasforma in Don Rodrigo, Don Abbondio è la Monaca di Monza ed Azzecca Garbugli è anche Padre Cristoforo, il tutto coronato dalle allegre note di una fisarmonica.
Ogni attore ha allo stesso tempo il doppio ruolo d’artefice e vittima delle proprie azioni per narrare al pubblico una storia immortale, drammatica e crudele, ironica e grottesca, tenera e romantica, ma soprattutto attuale". (Benoit Roland)

22/6 LE BARUFFE CHIOZZOTTE - Dici Piccolo Teatro Città di Chioggia e pensi BARUFFE CHIOZZOTTE. D’altra parte loro sono di Chioggia, vivono a Chioggia, sono immersi nella cultura e nella tradizione teatrale di Chioggia fin da prima di venire al mondo. E Carlo Goldoni, all’epoca, quelle benedette Baruffe le ha scritte proprio pensando a loro.
« Sior sì, balemo, devertìmose; ma la sènta, lustrìssimo, ghe voràve dir dó parolètte. Mì ghe son obbligà de quel che l'ha fatto per mì; ma me despiase, che el xé forèsto, e co'l va via de sto liógo, no voràve che el parlasse de nù, e che andasse fuora la nomina che le Chiozotte xé baruffante; perché quel che l'ha visto e sentìo, xé sta un accidente. Semo donne da ben, donne onorate; ma semo aliegre, e volemo stare aliegre, e volemo balare, e volemo saltare. E volemo che tutti posse dire: e viva le Chiozotte! » (Lucietta, atto III, finale)

23/6 VENTI IN POPPA! - "Venti in poppa" è lo spettacolo celebrativo di 20 anni di carriera da professionista di uno dei senatori di Zelig.
Nel nuovo spettacolo Sergio Sgrilli attinge dalla sua arte di musicista e cantante miscelandola come solo lui sa fare con il suo talento di comico ed attore, per regalare momenti di risate a crepapelle intervallati da applausi a scena aperta che solo la sua bravura riesce a far scaturire.
Un percorso che parte dalle origine della sua carriera come musicista cantante che colorava i suoi concerti con battute ed aneddoti degne dei più blasonati autori comici, fino ad arrivare ai veri monologhi da comico dove l' attore racconta e si racconta.
Straordinariamente coinvolgente, il suo è uno spettacolo interattivo, mutevole, ma con diversi piani di lettura che riesce a trascinare lo spettatore e ad instaurare con lui un rapporto diretto, dialettico, entusiasmante. Uno spettacolo davvero completo e coinvolgente per una serata da raccontare.

26/6 QUESTA SERA COSE TURCHE - Lo spettacolo si apre nella sala “diwan” (relax) di un bagno turco, con la presenza di una
donna immobile come una mummia che sta facendo raffreddare gli orecchini (Alessandra Sarno): è una profumiera responsabile del reparto rughe, che lei stessa definirà “l’unico reparto dove, per anzianità, invece che dirigente diventi cavia”… La seconda ad entrare in scena (Rossana Carretto) è una donna “bruttarella” e un po’ spaesata dalla vita, ma vive con serenità e leggerezza anche le situazioni più avverse. Sarà merito delle pastiglie che prende? No di sicuro, visto che confonde gli ansiolitici con quelle della lavastoviglie.
La terza ad entrare è Norina (Pia Engleberth): è sposata e spossata da una vita non proprio felice. È una figura che, più che ricordare una donna, ricorda di esserlo stata. Accetta come un fatto oggettivo la realtà della sua scarna esistenza con quella antica saggezza contadina che non si ribella al fato.
Mentre queste entrano in confidenza tra loro, la terza signora se ne va, e si presenta la quarta (interpretata sempre da Pia Engleberth) che tira le fila di tutti i discorsi tra donne con l’energia e il piglio di una leader (sessista) da mercato rionale. Sentenzia fuor di metaforatrovando morali astruse ma plausibili.
Nasce così tra loro un’amicizia profonda, di quelle che frugano nell’intimo della propria esistenza, ma che si esaurisce con la magia del momento, quando abbandonano quel posto…
Si dice che nel mondo della comicità non ci siano donne: in realtà c’è solo molta dispersione.
Per dimostrare invece che c’è molto da vedere, molto da dire e soprattutto molto da ridere, quattro personaggi femminili si sono ritrovati a raccontarsela in grande libertà in un modo che diverte tantissimo anche gli uomini.

3/7 EL SENATOR VOLPON - E’ stata definita “una gioiosa satira politica, una commedia crudele, terribilmente vera, magistralmente scritta da uno degli autori contemporanei più famosi”.
Racconta di un potente uomo politico, con le mani in pasta in molti affari più o meno leciti, che nel cinismo di uomo corrotto, aveva conservato una grande fede nel sacrario e nella purezza della famiglia.
Il protagonista è chiamato a combattere su due fronti; la salute e il tentativo dei suoi “amici” di partito di eliminarlo.
Caustica e tagliente, divertente e acuta, la commedia trasporta lo spettatore nella casa di un potente politico alle prese con una fase particolarmente complessa della sua carriera: da qui lo scatenarsi, attorno alla sua poltrona, di un grottesco tiro alla fune tra personaggi intriganti e maneggioni, ciascuno intenzionato ad approfittare al meglio della situazione per agevolare gli interessi dei quali è rappresentante. A questo scenario, facilmente ricollegabile a un certo sistema politico di qualche anno fa, si affianca quello più personale del senatore, alle prese con un delicatissimo problema familiare: anche in questo caso la penna di Lunari è intinta nel vetriolo, mettendo in luce, tra le risate e il divertimento, un certo senso fragile e superficiale di famiglia, vissuta solo come apparenza anziché come rete di sentimenti, rispetto e aiuto reciproco.
Una commedia terribilmente vera, con scoppiettanti ironiche battute - una denuncia a una certa classe politica e alle ipocrisie della famiglia, che acquista, con la riscrittura in lingua veneta, immediatezza e spontaneità.

6/7 CABARET IN BRODO DI DADO - Parlare, parlare e poi ancora parlare…. Dado Tedeschi è un logorroico del cabaret. Ogni volta che sale sul palco il vulcano smette di trattenersi ed esplode in una miriade di parole, concetti, riflessioni, ovviamente quasi sempre finalizzati alla battuta. E come i migliori chiacchier-attori Dado segue un filo preciso solo per perderlo continuamente… se comincia a parlare dell’america è facile che scivoli a parlare di Michele Cucuzza, se racconta della sua famiglia non è escluso che il discorso finisca sui sexy shop, così, senza soluzione di continuità. Ma in mezzo a questo magma di argomenti che spaziano come lapilli impazziti in tutte le direzioni prende forma la vera esigenza di Dado Tedeschi ovvero l’amore. Perché per un narratore in forma di battuta come il nostro, l’amore è sempre il tema più affascinante per la sua caratteristica di sfuggire alle definizioni, di essere un moto dell’animo legato a mille impulsi e a mille variazioni e quindi ogni volta che l’hai scoperto e “omologato” si gira su sé stesso per mostrarti una nuova piega, una nuova espressione. E tutte queste mille sfaccettature dell’amore, Dado Tedeschi, cerca di raccontarle, dalla necessità del sesso, all’amore vissuto per interposta persona, dall’amore di coppia che è fatto di confidenza, alle incomprensioni che sembrano essere sempre parte integrante di un rapporto, da una necessità di essere all’altezza sempre, allo scontro con i modelli d’amore ideale che ci vengono propinati in modo losco dai mass media. Dado Tedeschi racconta tutto, con il machete della battuta fende la jungla degli umani sentimenti senza indietreggiare davanti a niente, neanche se si tratta di argomenti sgradevoli (la pornografia) o delicati (l’autobiografia tramite il sesso). Con linguaggio adulto ma sereno, Dado Tedeschi fa ridere e diverte perché quello che racconta sono le storie di tutti, si specchia in ogni sentimento e lo deforma fino a muovere l’inevitabile comicità di ogni situazione. Come un Flaubert che impartiva l’educazione sentimentale, Dado Tedeschi dà lezioni d’amore partendo dal presupposto che “l’amore rende stupidi e io da perfetto idiota ne posso parlare”. Uno spettacolo dove riconoscersi e riconoscere il vicino ma soprattutto dove ridere con tenerezza e un pizzico di rabbia di quel sentimento che, comunque lo si voglia affrontare, ci tiene in vita.

6/7 LA BISBETICA DOMATA - Lo spettacolo nasce dallo studio del testo La Bisbetica Domata tradotto direttamente dall’ In-folio originale scespiriano. Quattro attori entrano in scena presentando la loro compagnia teatrale e annunciando l’ inizio della storia che stanno per raccontare.
Inizia così la Bisbetica Domata della Compagnia Salamander, uno spettacolo che sfrutta al massimo ogni potenzialità dello spazio ed è allestito con componenti scenici ed elementi di costume essenziali atti a innescare grazie al lavoro degli attori in scena l’ immaginazione dei luoghi e dei personaggi, riuscendo a far vedere quello che non c’è.
La storia del violento corteggiamento di Caterina da parte dell’esuberante Petruccio viene così raccontata con lo spirito e lo humour di una vera e propria compagnia di attori girovaghi, recuperando le suggestioni di teatro-nel-teatro del testo originale. Lo stesso linguaggio scespiriano ritrova una rinnovata freschezza e risuona come per la prima volta chiaro, diretto e inesauribile nella sua poesia.
Uno spettacolo divertente, ricco di colpi di scena, e che col sorriso porta a riflettere sui rapporti uomo-donna e sui modi di raccontare una storia a teatro.

6/7 EL CIACOLON IMPRUDENTE - Il "ciacolon" del titolo è chiaramente imparentato al "Bugiardo" nato solo tre anni prima, sostituendone le "spiritose invenzioni" con buffe smanie d'apparire e bizzarre vanterie. Beatrice è una delle giovani vedovile cui anche nella vita il gaudente Goldoni andava dedicando le sue attenzioni, non tanto "scaltra" come la sua più nota omonima, quanto trepidante di reali sussulti e realistiche incertezze.
Con la lingua sciolta e trascinante vivacità, la assiste la fedele Corallina, mirabile rappresentante dei tanti personaggi femminili del teatro goldoniano, capaci orgogliosamente di tener testa all'uomo e fianco ai rappresentanti d'una nobiltà senza più smalto.
E' in questo variegato mondo femminile che, con una ventata di novità, irrompe dalla scena la tenera Rosaura in un ruolo affatto singolare, già lievemente abbozzato in un'operetta giovanile ("La finte semplice"), ma qui originalmente approfondito ad imitazione della realtà. E dalla vita d'ogni giorno arriva, nel contempo, il patetico servilismo d'un Brighella senza più maschera, così come il diverso approccio degl'innamorati Florindo e Lelio alle loro vicende sentimentali.
Ma, su tutti, l'Autore porta ad imporsi il suo Pantalone apportatore di saggezza e perbenismo, pronto a combattere col buonsenso antico le bizzarrie dei tempi nuovi, e quindi ad incarnare quegl'ideali della borghesia, di cui Goldoni era diventato il più convinto ideologo.
"I libri su cui ho più meditato -egli scriveva- sono il Mondo e il Teatro". E teatro e vita, finzione e realtà ancora una volta magicamente si confondono all'interno d'una trama leggera di trascinante divertimento, ove l'Autore, con la sapienza d'un artigiano teatrale oggi senza uguali, incanala il fiume di personaggi che gli urgono alla mente nella creazione delle sue commedie…" per le quali non mancheranno mai argomenti, fino a che dura il Mondo".

7/7 DIESE FRANCHI DE AQUA DE SPASEMO - Gigi Mardegan è un attore-aedo, un rustico profeta al contrario che tramanda, lascia o suggerisce alla memoria la storia di un Veneto che vive ormai solo nei racconti. Ripercorre vite, spaccati e vicende della tradizione veneta: dalla guerra che rende "mati" all' "omo nero" ai "barcari". E lo fa senza retorica nostalgica, senza nazionalismo regionale, senza perdere il senso della misura nei confronti di un passato lontano, ma in fondo dietro l'angolo. Con "Diese franchi de aqua de spasemo", diretto da Roberto Cuppone e andato in scena al teatro Astra per la rassegna "Schio Teatro Veneto", Mardegan è riuscito di nuovo nell'impresa, complessa e delicata, di raccontare il passato a un pubblico (numeroso, commosso ed entusiasta) che in quel passato è cresciuto, fisicamente o nei racconti tramandati dalle nonne.
Ci è riuscito, come ogni volta, perché l'amore per la sua terra trascende il tempo. Lo stesso amore che lo àncora ad un teatro regionale: lui che, di un talento raro, potrebbe facilmente approdare sulla scena nazionale. La storia è tratta dal libro omonimo di Jane Connerth e racconta di un "dotorìn rumeno" che dal 1948 al 1958 apre un ambulatorio tra Venezia e Treviso, «la tera goldoniana dea villeggiatura - ma no da la parte del Carnevale, da quela dea Quaresima». Mardegan, solo in scena, veste i panni del cantastorie e di quattro "miserabili" (per citare Hugo) che al dottore confidano paure e fatiche «de na vita da bestie». Campanèr, Sante, Cristian e Mercede: quattro vinti che, in una stalla adibita ad ambulatorio, alternano ironia inconsapevole e sofferenze. Hanno, ognuno, una lezione da insegnare: ignoranti, ma saggi perché la vita li ha resi sapienti. Dall'araldica dei Santi ausiliatori («son vegnù da lu par domandarghe a quale Santo domandare la grassia») al rapporto con gli animali («Lu che vo curare i cristiani, galo mai copà na galina? Xe fatiga tirarghe fora l'anima a na bestia») fino alla rassegnazione di chi si affida a Dio perché non gli resta altro («Undese fioli xe restai e tuti benediti dal cielo. E, se Dio vorà, i sarà dodese»). È un pellegrinaggio tra le "brochete", la "tompinara" e la "sfersa", messo in scena con la genuinità di un Mardegan intenso, versatile e potente. Tra "l'aqua de spasemo" (unico rimedio «par qualsiasi roba che te gavessi») e intrugli ingenui di contadini superstiziosi, Mardegan e Cuppone cantano un passato in cui tutto era più difficile, ma in cui restava l'umanità dei rapporti: il dottore, anche se straniero, era un confidente («Mi ghe parlo come al confessor. Lu sa robe che gnanca me marìo sa…») e si invitava a pranzo. Una cultura scomparsa a cui forse la medicina di oggi - più efficiente, ma più distaccata - dovrebbe volgere lo sguardo quando dimentica che prima della malattia c'è un malato. Una saggezza lontana che dimostra che «ale volte essar straniero vol dir aver pi rece per scoltar».
SILVIA FERRARI

7/7 EL CIACOLON IMPRUDENTE – vedi 6/7

10/7 MATRIMONI E ALTRI MALINTESI - Storie di campagna, di amori, di promesse di matrimonio, di tradimenti e di altri malintesi. Storie divertenti, esilaranti, coinvolgenti che trascinano gli spettatori in un vortice di colori, musiche e risate. Storie malinconiche a tratti, piene di vita, e come la vita, venate di follia. Gli attori, una sorta di scalcagnata compagnia di giro, vestono di volta in volta i panni (sempre troppo grandi o troppo stretti, larghi o lunghi) di mezzadri, ladri, moglie e promesse spose, amministratori e improbabili professori, coi loro tic, le loro noie, con le loro aspirazioni, e soprattutto la loro (nostra) voglia di sognare, di evadere, di essere per un po’ (una serata) qualcosa di diverso, di nuovo. Il tutto insaporito dalle più famose canzoni russe di tutti i tempi da Kalinka a Ochi Chernyie cantate e suonate dal vivo. In scena tre attori dall’indubbio talento comico pronti a giocare col pubblico il gioco puro del teatro.
Dagli atti unici del grande autore del teatro russo A. Cechov, una rilettura moderna, leggera ed essenziale che mantiene, però, tutta la sapienza della scrittura e la profondità dei caratteri.
Lo spettatore si riconosce nelle storie di questi improbabili e spiritosi antieroi, perché tutto si gioca attorno e dentro ai sentimenti più antichi, istintivi, naturali e perciò più veri dell’essere umano, uguali in ogni epoca.

12/7 MI RITORNI IN MENTE - La musica di Lucio Battisti per una storia d’amore
“Il mio canto libero”, “La canzone del sole”, “E penso a te”, “Perchè no”, “Dieci ragazze”…..e si potrebbe continuare all’infinito… Lucio Battisti ha saputo interpretare con intensità straordinaria le variegate tinte dell’amore e del quotidiano, con una semplicità mai separata dalla profondità dei sentimenti. E’ forse per questo che ancora oggi le sue canzoni sono vive nella nostalgia dolce di uomini e donne, e cantate nelle notti d’estate da ragazzi e ragazze che mai hanno visto l’uomo Battisti ma che ritrovano nella sua musica le emozioni universali delle storie d’amore uniche che ciascuno vive.
Ma musica e le canzoni eseguite dal vivo, che dominano comunque la scena, sono affiancate da brevi recitazioni da pagine della letteratura universale che concorrono a raccontare frammenti di una storia d’amore paradigmatica, dall’incontro al corteggiamento, dalla passione alla gelosia, dall’abitudine al tradimento, fino al ritorno… Le poetiche immagini proiettate completano una storia in cui sarà facile per il pubblico identificarsi ed aderire emotivamente.

12/7 LA CATTIVA STRADA – E’un omaggio a Fabrizio De André in forma di musica, disegni e parole nato dalla
collaborazione fra tre giovani realtà artistiche padovane: l’apprezzatissima Piccola Bottega Baltazar, la casa editrice Becco Giallo e l'attore Filippo Tognazzo.
Lo spettacolo si compone quindi di tre linguaggi: l'esecuzione di alcuni fra i brani musicali più celebri del cantautore (Dolcenera, Bocca di Rosa, Tre madri, Hotel Supramonte, Il suonatore Jones), la proiezione di disegni tratti da Ballata per Fabrizio De Andrè di Sergio Algozzino (nel quale i personaggi evocati da Faber prendono la parola e raccontano la vita e il pensiero del loro autore) e infine l'interpretazione di testi che ispirarono De Andrè e di altri ritenuti affini alla sua poetica, anche se non direttamente legati alla sua opera (Ballata delle madri di Pasolini, La maman et la putain di Eustache).
Lo spettacolo comprende: Brani musicali: Dolcenera, Il gorilla, Tre madri, Il suonatore Jones, Il pescatore, Le passanti, La città vecchia, Volta la carta, Bocca di Rosa, Don Raffaè, Hotel Supramonte, Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers
Brani letterari: Le nuvole (F. De André, La cattiva reputazione (G. Brassens), Donna de Paradiso (Iacopone da Todi), Il suonatore Jones (E. Lee Masters), Lo spleen di Parigi (C. Baudelaire), La città vecchia (U. Saba), Ballata per Fabrizio De André (S. Algozzino), La ballata delle madri (P. P. Pasolini), La maman et la putain (J. Eustache)
I disegni sono tratti da Ballata per Fabrizio De André di Sergio Algozzino, Edizioni Becco Giallo.

13/7 CARLO, GOLDONI & GIORGIO - Goldoni non è solo un pretesto. Per dirne uno. Chi si aspettava che l'ispirazione al teatro di Goldoni fosse solo un pretesto per mettere in scena una sequenza di sketch, uno di fianco all'altro, con protagonisti i signori Baldan, i due tossici e così via, dimentichi le scenette: i Baldan ci sono, niente paura, ma ben inseriti nell'ordito della commedia messa in scena – e scritta e ideata – da Carlo D'Alpaos e Giorgio Pustetto.
Ed è proprio questa la sorpresa più gradita: lo spettacolo, che muove dall'idea di organizzare una festa di compleanno per il tricentenario della nascita del grande commediografo con i suoi personaggi invitati alla festa, è un contrappunto ben congegnato tra i testi delle commedie goldoniane e gli inserimenti comici dei personaggi di Carlo e Giorgio.
«Goldoni? All’inizio mi faceva “miseria”». Un esempio: la signora Giancarla Baldan sogna di entrare nel meraviglioso mondo del Settecento e si ritrova – abito da gran dama, ma “parrucca” con i bigodini in testa e guanti in lattice giallo limone – a recitare sul palco con una delle protagoniste di Sior Todaro Brontolon: l'effetto è esilarante, il testo è quello – tale e quale – della scena della promessa di matrimonio per la “putta”, ma bastano due battute “extra” della signora Giancarla per scatenare le risate del pubblico.
Ed ecco un altro luogo comune, stavolta su Goldoni. Quanti, tra chi lo conoscono per quel paio di commedie messe in scena da compagnie amatoriali, scommetterebbe sull'attualità della sua vena comica? Carlo e Giorgio ci hanno scommesso, pur ammettendo il loro pregiudizio iniziale. «Lo dico sinceramente – rivela Giorgio – a me Goldoni finora faceva “miseria”. Perché lo conoscevo in modo superficiale, filtrato o dalle compagnie amatoriali, che pure sono di ottimo livello, o dal teatro ufficiale che – aggiunge Carlo – è spesso carico di sovrastrutture create dal regista».
Lo spettacolo dei due comici di Murano parte quindi da lontano, da una lettura approfondita dei testi e questo nello spettacolo si vede. «Siamo partiti un anno fa leggendo le commedie e selezionando le parti che più ci divertivano, poi abbiamo cominciato a togliere senza snaturarle, immettendo elementi più attuali».
«Lui parlava del suo tempo». Il lavoro di sceneggiatura si è poi interrotto per un periodo: «Scontrandoci con questo mostro sacro, non ne venivamo fuori», ammettono. E' così rimasto lì a sedimentare, finché non si è trovata la chiave giusta. «Abbiamo trovato la strada che ci piaceva e soprattutto che ci divertiva».
La lunga “gestazione” ha permesso ai due cugini di Murano di comprendere il senso più profondo del teatro goldoniano: «Goldoni metteva in scena la società del suo tempo, la borghesia dominante, metteva in scena la vita: le problematiche sentimentali, economiche, le dinamiche sociali. La società che andava a teatro si riconosceva. Oggi non è così». Per far funzionare il gioco con lo stesso meccanismo, i testi goldoniani sono messi in scena per farli parlare dell'oggi, sono attualizzati. Il gioco, in “Carlo Goldoni e Giorgio”, è appunto il rimando costante all'attualità.

14/7 STORIA TRAGICOMICA DELL’ULTIMO BARCARO – I barcari. Gente di fiume e di laguna. Zingari dell’acqua e del vento che per secoli hanno trasportato tronchi, pietre, zucchero e frumento lungo i 400 canali che nel Veneto Serenissimo collegavano Venezia, Treviso, Padova, Vicenza fino a Milano. Sospinti dalla “bava”, tirando come matti la “sengia” contro il petto, i barcari solcavano le onde con lo sguardo fiero e lazzarone di chi conosce la sponda e l’orizzonte, il conto delle vecchie sirene e il piccolo sciabordio dell’onda di rimessa. Lo spettacolo evoca l’epopea di uomini ruvidi, rocciosi, che con fatalismo e per pochi bezzi affrontavano ogni sorta di avversità, sempre pronti a riprendere il largo non appena la fortuna li avesse chiamati a nuovi commerci….
Un po’ comica e un po’ drammatica la storia dei barcari, improvvisamente scomparsi intorno agli anni sessanta con l’avvento del benessere e delle prime autostrade, racconta tutta la povertà e la poesia di una terra che dallo splendore segreto dell’acqua ha tratto gran parte della sua faticosa fortuna….
Sbalzato in piccoli quadri di grande impatto emotivo, l’allestimento narra l’affascinante avventura del “burcio”, il grande barcone fluviale che per secoli ha solcato caparbio i nostri fiumi, spesso mimetizzandosi fra le penombre di una pianura disseminata di campanili e sgangherate osterie, dove la vita grama aveva il sapore di un gioco fra poveri cristi impegnati a farsi lo sgambetto…
Una narrazione che il protagonista conduce con singolare leggerezza, cambiando continuamente voce e registro, affollando il palcoscenico di personaggi buffi, delicati, rancorosi, grotteschi, tutti attraversati dal brivido di un’umanità che arriva dritta al cuore dello spettatore. M.Vel.

14/7 LA NONNA HA SEMPRE FAME – Straordinaria l'idea del più famoso drammaturgo argentino di identificare il Potere con una figura così esile, debole: una vecchietta centenaria! Una famiglia di emigranti, padre madre zii e figli, cerca di sbarcare il lunario ingegnandosi in mille modi. Ma una nonna insaziabile gira per casa mangiando tutto quello che trova: la sua è una fame insaziabile. Ogni volta che l'incubo sembra finito lei continua a reclamare cibo, cibo, cibo! La commedia, in un geniale alternarsi di situazioni tragicomiche, precipita verso una finale inimmaginabile. E la nonna? Gli anni passano, ma la fame non accenna a placarsi, anzi... è in continuo aumento.

15/7 GLI INNAMORATI - Scegliere di rappresentare “Gli Innamorati” è stato facile, perché il testo diverte e sorprende per la sua attualità: chi non è stato follemente innamorato e ciecamente geloso? Per avvicinare in modo ulteriore i
personaggi al nostro sentire, ho volutamente tralasciato una lettura del testo puramente fi lologica, rifuggendo interpretazioni molli e caramellose, e conferendo ai giochi amorosi dei due protagonisti, Eugenia e Fulgenzio, anche un pizzico di sensualità. Non mancano alcune caratterizzazioni che imprimono alla vicenda ritmo e brio, per non tradire lo spirito sorridente dell’autore, ma senza rinunciare a qualche forzatura. Passione, odio, amore si avvicendano sulla scena – quasi come una surreale telenovela in costume – per offrire al pubblico di oggi una serata in compagnia di uno dei più grandi autori italiani.

20/7 SOLO SOLISSIMO NELLA LAGUNA - “Solo solissimo sulla laguna” è uno spettacolo su Venezia, pensato per un pubblico amante di questa magica città: maschere, gondole, turisti, acqua alta, moto ondoso, il carnevale. Il protagonista, “atterrato” dalla Germania nella città più bella del mondo, si avventura nella ricerca dei suoi segreti e delle sue leggende. Valter Rado ci guiderà lungo un viaggio "cabarettistico" divertente con una “guida turistica” molto particolare, creando immagini surreali con espressività comica e una gestualità personale molto originale.
Nel creare questo spettacolo Valter Rado ha scoperto che Venezia non è interessante solo per gli stranieri, ma per i veneziani stessi. E scavando nella storia passata e presente della città sembra di avere a che fare con una dimensione di infinita follia e magia. Terreno assolutamente fertile per lo sviluppo della comicità che l’attore ama.

20/7 FAR FINTA DI ESSERE... vuole essere un omaggio all'opera di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, dagli esordi dei primi anni '60 (con gli album Giorgio Gaber, I successi di Giorgio Gaber), ai primi monologhi teatrali e televisivi degli anni '70 (Il signor G, Dialogo fra un impegnato e un non so), alla riflessione sulla crisi delle relazioni sociali e dei sentimenti
degli anni '80 (Parlami d'amore Mariù), fino alla critica graffiante dei vizi politici e sociali espressa fra gli anni '90 e il 2005 (E pensare che c'era il pensiero, Io non mi sento italiano). I brani musicali sono arrangiati da Officina Francavilla in chiave moderna, ma sempre rispettosa dello stile gaberiano.
I monologhi invece, interpretati da Filippo Tognazzo, accentuano la componente più teatrale dell'opera gaberiana.

20/7 LA LOCANDIERA - Quattro uomini, in modi diversi, corteggiano la giovane locandiera. Il Marchese di Forlipopoli, un tronfio e ridicolo nobile decaduto, pretende l’amore di Mirandolina come un ovvio tributo dovuto al suo titolo; il Conte d’Albafiorita, che ha comprato il suo titolo, è altrettanto sicuro di poterne ottenere l’amore prodigando per lei il proprio denaro; Fabrizio, il servitore della locanda, pensa di poter vantare dei diritti sulla ragazza, perché il defunto padre di lei avrebbe voluto il loro matrimonio; e infine il Cavalier di Ripafratta, sdegnoso e pieno di pregiudizi sulle donne, che pretenderà d’essere ricambiato, quando, dopo aver combattuto un’impossibile lotta con se stesso, accetterà di dichiararsi vinto proprio dalla femminilità di Mirandolina.
Ma Mirandolina non s’innamorerà di nessuno di loro. Il Marchese, il Conte, il Cavaliere, lo stesso Fabrizio, che pretende ancor prima del matrimonio di imporre a Mirandolina la sua tutela come erede designato del padre, pretendono l’amore della Locandiera come se fosse loro dovuto: “amore” è la parola convenzionale con cui, come tutti gli uomini, mascherano la loro imposizione. Così, se alla fine Mirandolina sposerà Fabrizio, lo farà soltanto (lo dice lei stessa) perché avrà capito che in quella società una donna sola è troppo debole: Fabrizio, il più innocuo dei tre, il più gestibile, quello che, in fondo, sarà meno “padrone”.
Mirandolina non cade nella trappola: resterà libera. E la sua ostinata libertà è ciò che ancora oggi le procura l’antipatia dei benpensanti… e insieme ci fa innamorare, noi spettatori, di lei personaggio. Come il Cavalier di Ripafratta, vittime dello stesso ingranaggio, desideriamo ciò che ci sfugge, proprio perché ci sfugge e finché ci sfugge. Le spettatrici? Non sappiamo. Ma se un meccanismo d’immedesimazione è ipotizzabile, allora temiamo che anche per una donna non sia facile confrontarsi con un personaggio così.

21/7 FIOI DE PADANA - L’Anonima Magnagati da più di trent’anni ama ridere e scherzare del Veneto, dei veneti, della loro cultura. Ma oggi dopo che si è festeggiato il centocinquantenario dell'unita' d'Italia ( ma per il Veneto gli anni sarebbero 144), si parla di Europa unita, moneta unica, banca centrale, internet, facebook, multietnicità, che senso ha sentirsi ancora veneti? Che senso ha parlarne poi in dialetto? Che senso ha infine occuparsi ancora de ‘ste monade quando quest’anno per il calendario Maya ci sara' la fine del mondo?
Quante domande direte voi, giusto, ma l’ANONIMA MAGNAGATI che al calendario Maya preferisce pur sempre il calendario Pirelli, e che è sempre protesa a soddisfare ampiamente il bisogno interno lordo di incertezza sua e dei suoi spettatori, in questo FIOIDEPADANA ripercorre comicamente il corso della plurimillenaria storia veneta per trovarvi personaggi ed episodi che possano significativamente rispondere alla classica domanda esistenziale: ”Da dove veniamo?”, soprattutto per cercare disperatamente di sapere qualcosa della sua corrispettiva: “Dove andiamo?”.
21/7 IL NOME DELLA ROSA - Il Roman de la Rose è un poema francese del XIII° sec., in cui si parla d’amore per figure allegoriche. E’ un amore secondo le rego¬le di quell’ideale trobadorico – cavalleresco che influenzerà anche il “Dolce stil novo” in Italia, quello della scuola di Dante, tanto per intenderci i temi sono noti = il nobile amoroso languente di malinconia lontano dall’ amata; invidia e gelosia che custodiscono quest’ultima dentro a un castello fiorito; la stessa fanciulla protagonista – che il poeta descrive in bellezza e purezza -, paragonata allo “splendor di una rosa”.
Ma che cos’è la rosa, nel medioevo? L’età di mezzo, nelle sue iconografie simboliche, è prodiga di rose = rosa è la vergine, che regna sull’empireo dantesco dei beati, come fiore di Dio, motore immoto e trinità; rosa è il segreto ermetico, e ciò che sotto una rosa vien detto non si può più riferire; rosa è il blasone delle grandi famiglie che si battono, in terre lontane, per una dinastia di lancaster o di york.
Se la rosa significa tanto di quel periodo così instabile e cavalleresco; raffinato e apocalittico, bigotto e rivoluzionario, pauroso e affascinante; tanto da influenzare anche oggi non poco la nostra moderna fantasia, era inevitabile che prima o poi divenisse tema, non solo capace di influenzare la nostra percezione moderna in generale, ma anche da nutrire i canovacci della Commedia dell’Arte.
Già ai tempi del Roman, alle altezze ideali del Dolce Stil Novo si opponeva il Realismo comico di un Cecco Angiolieri e della sua “arrabbiata” Poesia Rappresentativa. Non soltanto, ma allo stesso Dante Alighieri è attribuita l’anonima stesura del “Fiore”, poemet¬to che rifa’ in verso al Roman e che delizia – attraverso più di una Figura Allegorica, gli Erotomani contemporanei. Passando per il Boccaccio, le Feste dei Folli, i Giullari, il Cavaliere della Rosa e il Nome della Rosa di Eco, ecco che il mitico Fiore entra a far parte in tutta regola dei Canovacci della Commedia dell’Arte.
Sei attori e un Musico si alterneranno sulla scena “all’improvvisa”, per renderci fra frizzi e lazzi, selve oscure, cavalcate e monasteri, il succo segreto di quell’Età di Mezzo. E’ questo un Medioevo di maschere che celano, dietro la loro fissità drammaturgica e la loro Ironia, la verità di quei Secoli Bui che forse bui del tutto non erano...
Prendete dunque un Balanzone preparatore di filtri e all’occorrenza Cerusico e Cavadenti; lasciatelo marinare nella sua broda dottissima alla presenza di un Pantalone misantropo e bilioso, più amante dei libri che degli uomini…
Sbollentate un libidinoso quanto pusillanime Tartaglia con un Coviello dal carattere gaudente;
Sbucciate poi piano una Smeraldina, facendola dorare nell’elegante soffritto del finale (è un suo ruolo, dare gusto all’intreccio).
Fate lessare per il resto del tempo due eroi senza midollo col nome di Brighella e di Arlecchino; Aggiungete uno spolvero di Capitano allo zenzero, di Amorosi al peperoncino e mescolate il tutto con una robusta dose di Medio Evo, di Castelli e Dragoni, Selve Oscure, Divinità e Filosofi, Monasteri e Biblioteche, Frati assassinati e assassini…
Ne otterrete una Commedia croccante e gustosa, dove la gloriosa Tradizione dei Comici dell’Arte si ritrova al completo dentro a una “rosa” di nomi dal sapore evocativo…
Molti andranno subito col pensiero al celebrato capolavoro di Umberto Eco; ma noi scegliamo questo canovaccio come punto di partenza, per un’avventura che ci condurrà ad attraversare luoghi e misteri nei “secoli bui”, senza troppo chieder ne’ credere ai suoi trabocchetti filologici, ma percorrendolo divertiti con l’arguzia “magicomica” della maschera e dell’immortale Commedia… non tanto per ridere con una comune parodia... ma per far della Poesia ridendo!

Il Roman de la Rose è un poema francese del XIII° sec., in cui si parla d’amore per figure allegoriche. E’ un amore secondo le rego¬le di quell’ideale trobadorico–cavalleresco che influenzerà anche il “Dolce stil novo”. Già ai tempi del Roman, alle altezze ideali del Dolce Stil Novo si opponeva il Realismo comico di un Cecco Angiolieri e della sua “arrabbiata” Poesia Rappresentativa. Non soltanto, ma allo stesso Alighieri è attribuita l’anonima stesura del “Fiore” che rifa’ in verso al Roman e che delizia gli Erotomani contemporanei. Passando per Boccaccio, le Feste dei Folli, i Giullari e il Nome della Rosa di Eco, ecco che il mitico Fiore entra a far parte in tutta regola dei Canovacci della Commedia dell’Arte. Noi scegliamo il canovaccio come punto di partenza per un’avventura che ci condurrà nei luoghi e misteri dei “secoli bui”, percorrendolo divertiti con l’arguzia della maschera e dell’immortale Commedia… non tanto per ridere con una comune parodia... ma per far Poesia ridendo!

21/7 O LA XE MATA O LA XE OSSESSA – Traduzione e adattamento de “La bisbetica domata” di Shakespeare a cura di Piermario Vescovo. Com’è accaduto per Due gentiluomini di Verona, Romeo e Giulietta, e Il mercante di Venezia, anche La Bisbetica domata è stata ambientata da Shakespeare tra Venezia, Padova e Verona. Ecco perché un adattamento di queste commedie in dialetto veneto non è un azzardo ma, viceversa, un’esperienza teatrale intrigante e, a suo modo, quasi naturale . Il dialetto – la lingua materna – è uno straordinario strumento di realismo e offre un’immediatezza di linguaggio e una varietà di sfaccettature che l’italiano difficilmente riesce ad avere.
Masolino d’Amico, a proposito di questa versione, ha scritto: “Tradurre Shakespeare in una lingua vivace, vicina al parlato regionale del veneto antico – come dire, una delle nostre grandi lingue teatrali – appare così un esperimento più che lecito, addirittura affascinante”.

27/7 IL GIOVINE FRANKENSTEIN - Liberamente tratto dalla sceneggiatura del film “Frankenstein Junior” di Mel Brooks grazie al lavoro di Costantino De Luca e Pierluca Donin, la pièce si ispira ai dialoghi e alle atmosfere del capolavoro in bianco e nero del 1974 con le celeberrime interpretazioni di Gene Wilder e Marty Feldman, riproposte da Andrea Appi nel ruolo del Dottor Frankenstein e di Ramiro Besa in quello di Igor.
Gli altri personaggi sono interpretati da una valida compagine di attori locali che da anni si muovono in ambito amatoriale-semiprofessionale e professionale (Anna Nigro, Stefania Petrone, Maria Grazia Di Donato, Enzo Samaritani, Paolo De Zan). Le scenografie sono di Laura Trevisan e Romeo Pozzolo. Le musiche dal vivo del fisarmonicista Paolo Forte.
“In questo spettacolo – spiega il regista Mirko Artuso, con all’attivo importanti collaborazioni nel panorama teatrale italiano (Paolini, Teatro Settimo, Mazzacurati, Balasso, Trevisan) – confluiscono sia la tradizione della Commedia dell’Arte che le forme di comicità contemporanea, andando dunque a creare un efficace connubio tra i più raffinati modelli teatrali e le espressioni tipiche della cultura popolare.” La messa in scena gioca a tutto campo tra prologhi, monologhi, battute “a parte”, portando gli spettatori in una dimensione metateatrale, scandita dal ritmo incalzante dell’improvvisazione che si fa scrittura scenica e viceversa.

Liberamente tratto dalla sceneggiatura del film “Frankenstein Junior” di Mel Brooks grazie al lavoro di Costantino De Luca e Pierluca Donin, la pièce si ispira ai dialoghi e alle atmosfere del capolavoro in bianco e nero del 1974 con le celeberrime interpretazioni di Gene Wilder e Marty Feldman, riproposte da Andrea Appi nel ruolo del Dottor Frankenstein e di Ramiro Besa in quello di Igor. Gli altri personaggi sono interpretati da una valida compagine di attori friulani. “In questo spettacolo – spiega il regista Mirko Artuso – confluiscono sia la tradizione della Commedia dell’Arte che le forme di comicità contemporanea, andando dunque a creare un efficace connubio tra i più raffinati modelli teatrali e le espressioni tipiche della cultura popolare.” La messa in scena gioca a tutto campo tra prologhi, monologhi, battute “a parte”, portando gli spettatori in una dimensione metateatrale, scandita dal ritmo incalzante dell’improvvisazione che si fa scrittura scenica e viceversa.

28/7 RAPTUS - Psico-dramma familiare a tinte comiche - Una coppia di sposi, bello lui, bella lei. Due figli, un maschietto ed una femminuccia. Un quadretto familiare perfetto sconvolto improvvisamente da un raptus omicida. “Erano una coppia tanto carina…” dichiareranno in TV i vicini di casa esterrefatti. Non dello stesso parere è la suocera, inspiegabilmente coinvolta nella strage.
Un colpo di arma da fuoco. Alfonso muore. Nel brevissimo lasso di tempo dell’ultimo battito del suo cuore Alfonso rivive i momenti salienti della sua vita coniugale che hanno portato alla strage. In un susseguirsi di scene, legate fra loro per associazioni di idee, si ricompone il puzzle del “thriller”.
Lo spettacolo è una mitragliata. Un ritmo incalzante di battute e di eventi che riducono le pause e le riflessioni ad oasi in cui, più che tirare un sospiro, è necessario far rifornimento per ripartire. Un ottovolante psichedelico che poggia le proprie spire su tre piani diversi. Lo stile è quasi cinematografico. Per comprendere lo spirito di RAPTUS sono più calzanti i paragoni ai film di Almodovar e Tarantino che non ad altri esempi teatrali.

28/7 NO TE CONOSSO PIU’ - Nella Treviso negli anni ’60, in casa Malipieri, ambiente apparentemente sereno e tranquillo, è scoppiato il dramma: Luisa non riconosce più il marito Paolo e, ritenendolo un intruso, lo vuole cacciare di casa. Il professor Spinelli, medico psichiatra, diagnostica un vuoto di memoria che si spera limitato nel tempo. Le cose si complicano ulteriormente con l’arrivo dall’Inghilterra dell’invadente zia Clotilde e di sua figlia Evelina. Tra un equivoco e l’altro, marito, moglie e dottore si ritrovano ad analizzare il significato ultimo del matrimonio. Ma quando ormai sembra tutto risolto ed il sipario già sta calando, arriva sul pubblico il colpo di scena finale.
La commedia, scritta da Aldo de Benedetti nel 1932, viene qui riproposta in una inedita traduzione in dialetto trevigiano di Gigi Mardegan.

3/8 ANGIOLO - Con Angiolo, liberamente ispirato alle vicende umane e artistiche di Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, Dal Pra’ crea un mondo in bilico fra realismo e sogno, ma impregnato di realtà che fa da sfondo all’avventura terrena del pittore che fu definito il Genio della Luce.
In questa dimensione irreale fluttuano, furtivi e beffardi, i veri protagonisti dell’opera di Caravaggio: il Chiaro e lo Scuro, luce e buio, energie estranee al pulsare della vita nei quadri di Caravaggio eppure indispensabili, tratto caratteristico senza il quale le opere del Genio della Luce non sarebbero più così piene d’incanto.
Delineati dal Chiaro e dallo Scuro, gli altri personaggi si muovono sullo sfondo di una Roma vorace che divora Bellezza, sia essa rappresentata dall’arte che dallo sbocciare fresco della giovinezza. In questo scenario scorrono le vite dello stesso Merisi e dei suoi amici: Onorio e Mario, modelli, amici, amanti, forse...; delle prostitute, che di Michelangelo sono insieme modelle e amanti da prendere e lasciare quando non servono più. Su tutti troneggia il cardinale Del Monte, mecenate e protettore del Caravaggio simbolo di una Chiesa che ha perso la via del Cristo e si è smarrita in un labirinto di piaceri troppo terreni. Da questo labirinto lo trae, forse salvandolo, la voce e la guida di Ludovico, sacerdote dal cuore puro che invano tenta di allontanare anche Michelangelo dall’abisso.
Un altro personaggio vaga in questo mondo che scivola ogni tanto nell’incubo: una vecchia pazza che piange le figlie abbandonate, divorate dalla città senza più cuore né anima. Ròsa dal rimorso, la vecchia grida il suo dolore di bestia ferita per le strade della città eterna, quella Roma dove nessuno più è innocente.
Il Chiaro e lo Scuro giocano forse una partita la cui posta finale sarà fatale ai protagonisti, danzano intorno a quegli esseri sconfitti dai sogni spenti, eppure…
… eppure sono lì, tutti intorno a te, Angiolo, nell’istante supremo in cui conosci la vera sostanza della vita, della luce, dell’arte che ti ha modellato quale sei: sono tutti lì.
Ti chiamano, ti aspettano, finalmente ti amano liberamente, e tu li potrai amare come mai hai potuto in vita.

4/8 NUOVA PRODUZIONE 2012 Di CARLO & GIORGIO
Non sappiamo nulla sul nuovo spettacolo di quei pazzi geniali di Carlo e Giorgio. Al momento di andare in stampa non hanno voluto anticiparci niente.
Ma che a Paese potremo divertirci come al solito non c’è da dubitare.

19/10 ALBERI - A partire dai testi di Mauro Corona, straordinario autore friulano che in pochi anni ha raggiunto con i suoi libri un milione di copie, lo spettacolo guida all’ascolto delle “voci del bosco”, che a noi, distratti uomini della globalizzazione, continuano a parlare e anzi, oggi più che mai, chiedono di essere ascoltate. Dalla foresta in cammino in cui Macbeth vede realizzarsi una tragica profezia, al bosco dei suicidi interrogato da Dante nell’Inferno; da quella selva di alberi poetici così vicini alla nostra infanzia che si studiano a scuola, a volte un po’ annoiati - il melograno, la quercia, i cipressi; a quel pino parlante che un giorno un vecchio falegname volle trasformare in un burattino dal naso lungo. Nello spettacolo si raccontano storie prese in particolare da Le voci del bosco, Il volo della martora e Fantasmi di pietra: storie di uomini (il boscaiolo Sante della Val, e la sua sfida al faggio centenario) e di bambini (le discese sulle slitte a rompicollo giù per i pendii ghiacciati). Storie di uomini bambini, come Mauro Corona e come oggi Armando Carrara, che continuano a passeggiare nei boschi della propria infanzia e a interrogare quelle voci per farsi raccontare le nostre radici.

26/10 LA PAURA FA NOVANTA - Due case vicine, forse due abitazioni contigue di un'unica fila di case a schiera, con il loro piccolo orticello davanti. Come spesso sono molte case in tanti quartieri popolari di periferia o di molti paesetti delle cinture urbane nel Nord Italia. Due vicini che si incontrano di tanto in tanto e che si condividono nei loro incontri impressioni sul mondo, sul tempo, sugli altri, sulle trasmissioni televisive.... Due vicini molto diversi tra di loro ed alle volte paurosamente simili: una vecchia signora appassionata di film in bianco e nero, con una strana particolare predilezione per i film di Hitchcock ed un nuovo arrivato: un ragazzo giovane con molti sogni chiusi nel cassetto, con la passione della poesia
E tutti e due con il loro orticello da coltivare, proprio davanti casa : la signora anziana con la sua giungla di piante di tutti i tipi che lei cura con maniacale attenzione tutti i giorni ed il ragazzo con il piccolo canarino che canta ininterrottamente in un deserto di ciuffi d'erba lasciati crescere un po' selvaggiamente, con qualche piccola zolla coltivata a viole o a primule o ad altre strane piante .
Tutto sembra filare liscio all'inizio....Ma ad un certo punto succede qualcosa per cui fra i due cala la diffidenza ed il sospetto e con il sospetto: la paura!
Uno spettacolo che è una metafora dei nostri timori e delle nostre paure, dei nostri rapporti quotidiani spesso improntati al sospetto e comunque all'indifferenza, uno spettacolo che pesca a piene mani nei racconti e nelle leggende della tradizione popolare veneta che parlano di morti che ritornano, di orchi, di diavoli e di streghe, ma pesca anche nella quotidianità , uno spettacolo tutto da ridere con la leggerezza della sit-com inglese, ma con le radici nella tradizione orale veneta e soprattutto con l'attenzione di chi cerca di guardarsi attorno per capire cosa ci stia succedendo oggi in questo angolo di questo vasto mondo sempre meno vasto. Insomma una storia che diventa uno spettacolo tutto da ridere che pure cerca di dare una risposta alla eterna domanda: chi siamo? dove stiamo andando?

2/11 MATO DE GUERA – LO SPETTACOLO, IN LINGUA VENETA, HA RAPPRESENTATO L’ITALIA AL FESTIVAL INTERNAZIONALE DI TEATRO 2011 AD ERBIL (IRAQ).
“Attentamente calibrato nei ritmi, nelle impennate, nei desolati abbandoni, l’insieme dell’allestimento prende alla gola, sfuma talvolta la tensione in qualche sprazzo d’amara ironia, squaterna la sua lezione di storia vista dal di dentro, rimanda volutamente ad altre pagine di letteratura sulla Grande Guerra da Lussu naturalmente al Meneghello di certe lapidi… Consenso unanime, applausi commossi dalla platea al termine di una autentica prova d’attore per il protagonista…” A.S.
“… la lingua è formidabile: un veneto ruspio ed essenziale, scabro e potente, con certe assonanze splendidamente antiche e desuete. Un recupero quindi del veneto poderoso e insieme raffinato. Il discorso poi è vivo, connaturato alla vita, immerso nella carne e nel sangue di un’esistenza-simbolo. F.M.

9/11 VENETO RIDENS – Ogni regione ha le sue caratteristiche,i suoi umori. Non è facile trovare ironia o comicità negli scrittori veneti , eppure qui è nata la commedia dell’Arte . E’ passato molto tempo e quel guizzo torna ogni tanto nella letteratura a ricordarci che il sorriso, lo scherno, non sono così lontani da noi . Possiamo però notare che per qualche congiunzione astrale o solo perché a volte le cose ritornano, ad alcuni scrittori contemporanei veneti è spuntato un tratto ironico, umoristico, uno sguardo a volte irriverente, sarcastico. Ci sembra un segnale curioso, che va rimarcato. Un viaggio in un Veneto inedito fatto in compagnia di due professionisti del riso : Pino Costalunga che ha esplorato la comicità nella commedia, che ha attinto storie e divertimento dalla tradizione di cui si è fatto capace interprete, e Vasco Mirandola egli stesso scrittore, che ha frequentato una comicità surreale e poetica alimentata da un gusto particolare per il gioco delle parole. Chi meglio di loro poteva esaltare questo ritorno di fiamma ?





Copyright (C) 2012. Marcadoc.it. Tutti i diritti riservati.