Come scrivevano i PaleoVeneti e come scrivono i Veneti
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articolo
di Daniele Cunial per la rivista dell'Associazione Trevisani
nel Mondo |
COME SCRIVEVANO
E COME SCRIVONO I VENETI
L’Europa
fu nei millenni e nei secoli passati meta di popoli che emigravano
da est a ovest. Tra questi, gli antichi Veneti, quelli che gli
studiosi chiamano Paleoveneti (pàlaios,
in greco significa infatti ‘antico’); li definiscono
così per distinguerli dai Veneti moderni, cioè
da noi.
Un gruppo di antichi Veneti, provenendo da est, si stabilì
nel nostro territorio circa 1000 anni prima di Cristo,
cioè circa 3000 anni fa. Il Nord Italia nel primo millennio
prima di Cristo era abitato, nella parte centrale e occidentale,
prevalentemente da popolazioni celtiche (i famosi Galli), mentre
la parte orientale era occupata, oltre che dai Paleoveneti,
dai cosiddetti Reti (pressappoco dalle Prealpi venete in su).
Tracce di insediamenti paleoveneti sono state rilevate in una
vasta zona che va dall’Adige al Tagliamento. La località
dove è stato trovato il maggior numero di reperti archeologici
è quella di Este, a sud di Padova.
La civiltà degli antichi Veneti ebbe autonomia
per almeno sette od otto secoli, finché non
venne a contatto con la potenza di Roma. Roma, fondata secondo
la tradizione nel 753 a. C., da piccolo borgo laziale abitato
da pastori e da agricoltori, stava diventando una città
sempre più potente e, a poco a poco, estendeva la sua
egemonia sull’ Italia centrale e meridionale e quindi
su quella settentrionale.
I Veneti vennero a contatto con i Romani circa tre secoli
prima di Cristo, ne diventarono fedeli alleati e a
questa alleanza si mantennero sempre fedeli, accettandone di
fatto la superiorità e il predominio. Nulla ebbero da
eccepire, ad esempio, quando i Romani trasferirono nel loro
territorio 3000 veterani con le relative famiglie fondando la
città di Aquileia (181 a. C., cioè circa 2200
anni fa), né quando, circa 100 anni dopo , fondarono
altre colonie nelle zone di Asolo, di Cittadella , di Camposampiero,
di Altino…
Insomma al 181 a.C. si fa risalire la fine dell’indipendenza
dei nostri progenitori paleoveneti, che divennero a pieno diritto
cittadini romani nel 49 a.C., assieme a tutti gli abitanti dell’Italia
settentrionale; nel 42 d.C., infine, venne istituita la X Regio
Venetia ed Histria, una maxi-regione corrispondente, grosso
modo, ai territori delle Tre Venezie e dell’Istria.
Tale fu l’integrazione che a poco a poco i Veneti
abbandonarono l’antica parlata e pacificamente
adottarono il latino, cioè la lingua di chi deteneva
il potere politico e culturale.
Il che succede anche da noi, e lo constatiamo giorno per giorno,
quando assistiamo al progressivo abbandono del dialetto. Parlando
fra noi e alla buona usiamo generalmente il dialetto, sebbene
imbastardito con forme e termini italiani, mentre con i bambini
è ormai una bestia rara chi lo parla. Anche i poveri
nonni, che sono cresciuti a polenta e dialetto e l’italiano
lo masticano a fatica come una seconda lingua, si adattano alla
nuova situazione.
Che lingua era quella
dei Paleoveneti?
Era una lingua di ceppo indoeuropeo, lo stesso
a cui appartengono alcune lingue dell’India, le lingue germaniche
(tedesco, inglese, danese, svedese, norvegese, ecc.), quelle celtiche
(gallese, scozzese, irlandese, ecc), quelle slave (russo, bulgaro,
polacco, ecc.), l’albanese, il greco, l’ iranico.
Dello stesso ceppo è anche il latino, da cui sono derivate
le lingue cosiddette neolatine o romanze: il francese, lo spagnolo,
il portoghese, il rumeno e naturalmente l’italiano con i
suoi dialetti, compreso il nostro.
Come siamo arrivati a conoscere quanto sappiamo della
parlata dei nostri antenati Veneti?
Dalle iscrizioni riportate su lamine di bronzo e altri oggetti
di metallo, su manufatti di ceramica e, più tardi , da
quelle scolpite su pietra (iscrizioni lapidee).
Quelle a nostra disposizione sono ormai varie centinaia e sono
custodite, assieme agli altri reperti di origine venetica, in
vari musei della nostra regione, di cui Il più importante
è quello di Este. Solo nel secolo appena passato esse sono
state studiate e decifrate sistematicamente, ad opera soprattutto
di studiosi dell’Università di Padova del calibro
di G. B. Pellegrini e A. L. Prosdocimi. Le iscrizioni, assieme
agli altri reperti archeologici, ci hanno fatto conoscere molti
aspetti della vita e della organizzazione sociale dei nostri antenati
Veneti.
Come scrivevano questi benedetti Veneti?

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Osserviamo la scritta qui
sotto riportata, che era incisa su una coppa di bronzo del IV
secolo a.C. , attualmente custodita nel Museo Nazionale di Este.
Come si può vedere, la scrittura va da
destra a sinistra, non va a caporiga, ma gira verso l’alto
continuando da sinistra verso destra senza interruzioni o intervalli
fra una parola e un’altra e senza punteggiatura. E’
chiamata “bustrofedica”, perché
viene paragonata al percorso che fanno i buoi quando arano.
Noi invece scriviamo da sinistra a destra e andiamo a capo appena
finita la riga.
L’alfabeto che i Veneti usavano l’avevano mutuato
dagli Etruschi, adattandolo alla loro lingua che non era però
quella degli Etruschi. Dovettero aggiungere , ad esempio la lettera
“o” che gli Etruschi non avevano.

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Abbiamo detto che
le scritte più antiche erano su lamine di bronzo o su oggetti
di ceramica e che quelle più recenti erano su lapidi, cioè
su pietra, e il materiale lapideo ci parla del lento abbandono
da parte dei Veneti della loro lingua nativa per adottare il latino,
la lingua degli alleati-dominatori romani. Lì scopriamo
che le più antiche iscrizioni erano rigorosamente in lingua
e caratteri venetici; successivamente cominceranno ad apparire
iscrizioni a caratteri latini, ma in lingua venetica. Nelle più
vicine a noi, lingua e scrittura sono esclusivamente latine: esse
ci indicano che i nostri progenitori, oltre che l’indipendenza
politica, avevano ormai perso un altro tesoro importante: la propria
lingua.
Nelle parlate attuali è rimasto qualcosa dell’antica
lingua dei nostri antenati Paleoveneti?
Molti studiosi ritengono che vi si possa far risalire
l’uso dell’interdentale, cioè di quel
suono che si ottiene mettendo la lingua fra i denti e che è
presente in termini come zhuc (zucca), zhavàta (ciabatta),
zhavariàr (vaneggiare), zhiésa (siepe), ecc . Ora
esso appare relegato, anche nel Trevigiano, a qualche zona periferica,
quasi ovunque sostituito dalla “esse sorda”, perché
contrassegnato da una connotazione negativa: mantenerlo dà
l’impressione di essere grezzi e retrogradi. Eppure è
usato in tutta tranquillità in lingue straniere come l’inglese
(thing, think, three, ecc.. ) o in spagnolo (cabeza, corazon,
cerbeza,ecc.).
Si fanno risalire al substrato paleoveneto anche i nomi di certe
città, che hanno una caratteristica in comune: sono
parole proparossitone o sdrucciole, cioè hanno
l’accento sulla terzultima sillaba, come ad esempio Asolo,
Abano, Enego, Padova.
Bisogna sapere che i nomi di luogo (topònimi)
sono quelli che meglio resistono alla prova del tempo e di rado
vengono sostituiti radicalmente: al massimo possono subire qualche
modificazione in correlazione con l’evolversi delle abitudini
linguistiche dei parlanti. Così, ad esempio l’antica
Acelum si è evoluta in Asolo attraverso
vari passaggi che lo studioso Luigi Melchiori ha così individuato:
Àcelum/Àcelo>Àselo>Àslo<Àsolo1.
L’alfabeto
italiano e quello veneto attuale.
Alla scuola elementare ci avevano insegnato che l’alfabeto
italiano era composto di 21 lettere, dalla “a” alla
“zeta”. Ora se ne aggiungono normalmente altre tre:
la “J”, La “X” e la “Y”, che
servono di solito per la trascrizione di parole straniere, anche
se la “j” veniva già usata un tempo per indicare
la i consonantica in parole come jeri, vassoio/ vassoj, frantojo/frantoj,
gioja ecc.
Per venire a noi. Nelle nostre parlate venete ci sono dei suoni
o fonemi che non hanno riscontro nella lingua italiana. Chi ha
il gusto di scrivere in dialetto o di trascrivere, sempre in dialetto,
antichi detti, racconti o altro si trova in difficoltà
di fronte a questo scoglio. Come regolarsi? La Giunta regionale
del Veneto, nell’intento di metter ordine rispetto a questo
problema, ha nominato nel 1994 una commissione scientifica coordinata
dal prof. Manlio Cortelazzo. Il risultato fu la realizzazione
e la pubblicazione nel 1995 del manuale “Grafia Veneta Unitaria”,
che esamina tutte le modalità usate per rappresentare i
vari fonemi o suoni da parte di chi scrive in veneto e inoltre
consiglia la versione da preferire. Uno dei criteri seguiti dalla
commissione era quello di “allontanarsi il meno
possibile dalle consuetudini grafiche dell’italiano”.
In pratica: servirsi il più possibile dei tasti presenti
in una normale macchina da scrivere e, più recentemente,
nella tastiera di un computer.
Tenendo conto anche delle indicazioni che sempre il prof. Cortelazzo
dà a pag.53 del testo “Noi Veneti”, pubblicato
nel 2001 su incarico della Regione Veneto, vi propongo di trascrivere
i suoni dialettali che mancano in italiano come nello schema allegato.
Vi ho complicato la vita con le mie indicazioni? Se non le seguite
alla lettera, va bene lo stesso!
A questo punto non ci resta altro che usare il nostro dialetto
nativo per trascrivere i nostri ricordi (storie, detti, proverbi,
filastrocche, indovinelli, tradizioni scomparse, ecc.) o per creare
qualcosa di nuovo: racconti, poesie, riflessioni.
Note: 1- L. Melchiori in “La Valcavasia”, Crespano
del Grappa 1983, pagg. 88-91; 2- Le due tavole sulla scrittura
dei Paleoveneti sono state tratte da “Storia e leggenda
dei Veneti” di Anselmi, Bellò, Turri –Tipografia
Editrice Trevigiana, 1987.
TRASCRIZIONE FONETICA DI ALCUNI SUONI
CONSONANTI
- interdentale sorda (quel suono che si pronuncia
ponendo la lingua fra i denti e viene ormai usato solo in alcune
parlate rustiche): zh (es.: pèzha, zhuc, zhiésa,
ecc.).
- interdentale sonora (In alcuni dialetti si
conserva ancora questa d, che viene pronunciata sempre mettendo
la lingua fra i denti) : dh (es.: mèdho, ròdha,
cròdha, órdho, ecc. ).
- “c” palatale in fine di parola: c’
(E’ ormai presente solo in alcune parlate rustiche in termini
come spotac’, gric’, téc’, snaric’,
fantòc’, ecc.).
- “elle” cosiddetta evanescente.
Cortelazzo consigliava di usare una “elle” barrata,
come questa: l
Essa non esiste però neppure nei simboli particolari di
Microsoft Office Word, perciò può andar bene usare
una ‘e’ (come ad es. in baear, baeanzha) oppure mettere
‘lh’ (balhar, balhanzha). Se poi si mette una “elle”
normale, non è una tragedia.
- La s fra vocali viene sentita dai Veneti come
sonora: césa, morósa, griso,ecc. In altre posizioni,
si può mettere un piccolo segno sopra, così: s (v.
salo, orso,garas). Si trova tra i simboli di Word,mentre non si
trova “s” con puntino sopra, suggerita da Cortelazzo.).
- La x veniva usata, e qualcuno la usa ancora,
per indicare la “s” sonora soprattutto nella terza
persona della forma dialettale del verbo essere: el xé,
la xé, i xé, le xé.
- s sorda fra vocali. Anche se nei dialetti veneti
non esiste la doppia, è opportuno usare -ss- per indicare
la s sorda fra vocali; es.: spessegar, còssa, tassa, ecc.
- s-c In termini come vis-cio, s-ciao,s-césa,
s-cèt, s-ciantizh, ecc., è opportuno separare con
una lineetta la s dalla c, perché altrimenti si avrebbe
la “sc” di sciame, sciocco, scivolare, che nei dialetti
veneti non esiste.
GLI ACCENTI
Se le parole finiscono in consonante di solito non serve
mettere l’accento, perché si tratta quasi
sempre di parole tronche, cioè si calca la voce sulla sillaba
finale (es: magnar, cosir, vassor, ecc.). E’ opportuno
metterlo solo se la parola finisce in consonante, ma
si calca la voce in altra posizione, cioè
sulla penultima o sulla terzultima sillaba, come in làres,
ìndes , àmol, tèrmen, , ecc.
Nelle parole che finiscono in vocale non serve mettere
l’accento, se la voce calca sulla penultima sillaba;
si potrebbe metterlo, se l’accento casca sulla terzultima
come in : fémena, òstrega, ètego, ànara/àrena,
pèrtega ecc.
VOCALI APERTE E CHIUSE
In posizione tonica, cioè quando vi casca l’accento,
distinguiamo tra e ed o aperte e ed o chiuse:
- E aperta (accento grave): è, come in
spècio, vècio, mèio, madègo, ecc.
La si trova nella tastiera del computer.
- E chiusa (accento acuto): é, come in
récia, técia, fémena, aséo, ecc. Anche
questa la si trova nella tastiera del computer.
- O aperta (accento grave): ò, come in
mòro, tòro, bròsa, stròpa, ecc. C’è
nella tastiera.
- O chiusa (accento acuto): ó, come in
da lóndi, stracantón, lónc/lóngo ,lóra,
strucón, ecc. Non lo si trova nella tastiera del computer,
ma tra i simboli.
Regola che vale per arrivare a ‘simboli’:
chi ha “Word 2007” o “Word 2010” deve
cliccare su ‘inserisci’, quindi cliccare su “O
Simbolo”. Entrato lì, trova ciò che gli serve
fra i tanti simboli presenti.
articolo di Daniele Cunial
Daniele Cunial, nato a Possagno nel 1946, si
è laureato in lettere a Padova con il prof. Manlio Cortelazzo,
docente di dialettologia, con una tesi su "La terminologia
veneta della fornace". E' stato per lunghi anni docente e
dirigente scolastico in Istituti di Istruzione Secondaria di primo
e di Secondo Grado. Si è sempre interessato e continua
a interessarsi di questioni linguistiche, nonché delle
parlate e delle tradizioni venete, in particolare di quelle della
Pedemontana del Grappa, sulle quali ha pubblicato vari contributi.
daniele.cunial@gmail.com
via Bocca di Serra, 2
31034 Cavaso del Tomba (TV)
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Il
Cavallo 'Razza Piave'. Qualche notizia e qualche leggenda
Lo
stallone sacrificale dei paleoveneti in mostra a Oderzo
Il
reperto paleoveneto custodito al Museo Eno Bellis di Oderzo
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