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Il reperto paleoveneto custodito al Museo Eno Bellis di Oderzo

Quell’iscrizione antica che parla di «nostalgia»

Un pezzo di pietra antichissimo, un’iscrizione misteriosa da decifrare, un rebus da sciogliere. Sembra un’avventura degna di Dan Brown e del suo professor Robert Langdon, solo che al posto del docente interpretato al cinema da Tom Hanks abbiamo un illustre germanista opitergino, Nerio De Carlo, e al posto del Codice da Vinci si staglia un ciottolo dei Veneti Antichi segnato da un’iscrizione misteriosa.
Questo ciottolone in trachite è uno dei reperti più affascinanti conservati nel Museo Archeologico Opitergino. Pietra soffusa di mistero perché quelle lettere che giungono a noi dall’antichità più remota ancora non sono state tradotte. O meglio: c’è uno studioso che ha provato a dare un significato a “kaialoiso/pazros pompetexuaios”, le parole incise sulla pietra. «Si tratta – spiega De Carlo – di parole venetiche risalenti alla fine del VI secolo a.C., gravate da influssi celtici – Galli Transalpini trasgressi in Venetiam».
De Carlo, nativo dell’opitergino, è un celebre germanista nonché accurato studioso di cose venete che le vicende della vita costrinsero, molti anni fa, ad emigrare a Milano. Senza mai dimenticare però la sua terra ed i suoi personaggi: sua ad esempio è la possente traduzione dal tedesco di un’accurata biografia su Marco d’Aviano, alla quale il regista Renzo Martinelli si è ispirato per un film ora in lavorazione.
Ora, studiando questo ciottolone in trachite, classificato «*Od7», il professor De Carlo ha la sua teoria: quel reperto non è intraducibile. Da «veneto logoirriducibile», come egli stesso si definisce, De Carlo lo vuole provare con i fatti. Bisogna tornare a «incroci lessicologici riconducibili all’antico slavone ecclesiastico e a parlate slovene arcaiche»: questi elementi potrebbero «offrire qualche contributo alla ricerca di un senso compiuto. Queste due lingue - aggiunge il docente - lasciarono tracce anche in testi e messali glagolitici (redatti in caratteri cirilliani e geronimiani) in zone più impermeabili alla pulizia linguistica operata dal latino e dai suoi epigoni».
Lo studioso riporta alcuni esempi: nel dialetto croato parlato, nei pressi dell’isola di Vrgada e in sloveno, si riscontrano i termini “kajot se” e “kesati se”, che significano "pentirsi". In serbo-croato “pazros” vuol dire "attenzione, interessamento". “Petiu” in sloveno indica il “canto”.
Dopo lungo e approfondite ricerche il professor De Carlo propone così la sua traduzione: «Un’attendibile traduzione dell’iscrizione sul reperto "*Od7" potrebbe essere questa: “Con pentimento la guarderai (questa pietra) e sentirai la nostalgia del mio canto”. La nostalgia è sempre stata un sentimento particolare. Cosa poteva significare il termine alla fine dell’Età del Bronzo? Il ricordo di un amore passato e la speranza di un amore futuro quali uniche garanzia di felicità? Si può supporre che l’iscrizione su *Od7 sia una epigrafe funebre insolita: non dedicata al defunto bensì preventivamente disposta da quest’ultimo come biasimo per qualcuno».
Lo studioso si augura che la direzione del Museo possa accostare al reperto, esposto ai visitatori, la possibile traduzione che contiene il concetto mai fuori tempo di «nostalgia».

Museo Eno Bellis a Oderzo: ciò che resta della vecchia Opitergium

Il ciottolone preso in esame dal professor Nerio de Carlo è custodito nel Museo Archeologico «Eno Bellis» di Oderzo. Istituito nel 1876, dal 1999 esso ha sede nella Barchessa di Palazzo Foscolo. Vi sono raccolte le testimonianze archeologiche più significative dell'antica Opitergium, importante centro economico e amministrativo durante l'età veneta antica e romana, il cui impianto urbano ebbe origine già alla fine del X secolo a.C. e perdurò, senza soluzione di continuità, fino al VII secolo dC.
Il museo è meta privilegiata dei tanti turisti che ogni anno visitano la città opitergina. Le vestigia riconducibili ai Veneti Antichi sono motivo di orgoglio per il Museo che è gestito dalla Fondazione Oderzo Cultura. Fra i reperti di epoca preromana notevoli sono due elementi decorativi zoomorfi in terracotta, i bronzetti di guerrieri in assalto e le testimonianze di scrittura venetica, fra le quali appunto il misterioso ciottolone. Sempre al primo piano si continua con la ricostruzione in scala reale di alcuni drenaggi di anfore di età romana. Splendide le collezioni di reperti di epoca romana, con numerose stele funerarie e i bellissimi mosaici «della caccia».

articoli di Annalisa Fregonese per www.gazzettino.it



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