Lo stallone sacrificale dei paleoveneti
Lo stallone dei paleoveneti sepolto con
la sua bardatura
Conferma che i nostri
avi erano grandi allevatori
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Il
Cavallo Veneto 'Razza Piave'. Qualche notizia e qualche leggenda
Riemerge il periodo
veneto antico di Opitergium grazie al restauro di un cavallo del
V secolo avanti Cristo, esemplare di 2.500 anni fa ritrovato sepolto
insieme alla sua preziosa bardatura.
E’ una scoperta di rilevante valore storico quella effettuata
grazie al restauro dello stallone i cui resti vennero rinvenuti
nel 2005 nel corso di una campagna di scavo precedente alla realizzazione
di un nuovo edificio nell’ipab Opera Pia Moro lungo il tratto
interno della Postumia romana. Si tratta di un settore meridionale
rispetto del centro di Oderzo nel quale gli archeologi individuarono
una consistente necropoli preromana, poi definita paleoveneta.
Sessanta le sepolture riportate alla luce, riunite in una quindicina
di tumuli. Tre quelle relative a cavalli.
Fra la sessantina di sepolture, la tomba 49 si distinse subito
per la ricchezza della bardatura ritrovata accanto al cavallo,
addobbato di ferro e bronzo, segno che apparteneva ad un uomo
di alto rango. Pochi i resti rinvenuti del padrone che non aiutano
a raccontarne la storia. Diverso il destino del suo cavallo. Si
tratta di un esemplare maschio, quasi certamente uno stallone,
di un’età che lo zooarcheologo Paolo Reggiani stima
compresa fra i 12 e i 15 anni, deposto in una fossa coperta da
un tumulo.
La sepoltura è stata datata intorno al V secolo a.C., periodo
nel quale i Veneti antichi erano già conosciuti come allevatori
di cavalli di razza ben prima dell’avvento dei romani nei
territori orientali della pianura padana. Testimonianze scritte
raccontano che nel 440 a.C. Leonte di Sparta vinse l’85ª
Olimpiade proprio in sella a cavalli veneti mentre Strabone racconta
che il tiranno di Siracusa Dionigi il Vecchio per il suo allevamento
di cavalli da corsa volle puledri veneti. Lo stesso Strabone racconta
che i Veneti sacrificavano un cavallo bianco a Diomede, eroe divino
e domatore di equini. La tomba 49 potrebbe raccogliere i resti
di uno di questi atti sacrificali e giustificherebbe la deposizione
di un animale rimasto intatto.
Il ritrovamento opitergino conferma l’importanza del cavallo
in territorio veneto e in un’epoca che è possibile
definire paleoveneta. La tomba 49 è rimasta intatta grazie
alla sepoltura sotto uno strato di terreno indurito di un paio
di metri che ha permesso di conservare in maniera eccezionale
lo scheletro e la bardatura. Il prezioso cavallo da domani sarà
esposto nelle sale del Museo archeologico opitergino «Eno
Bellis» in due vetrine, una dedicata allo scheletro dell’animale
e l’altra alla sua bardatura. Il progetto di recupero è
stato promosso da Fondazione Oderzo Cultura onlus e dalla Soprintendenza
per i Beni Archeologici del Veneto. «Per restituire al loro
splendore i reperti di 2.500 anni fa - spiega la presidentessa
di fondazione OC, Tiziana Prevedello Stefanel - è stato
essenziale l’intervento di un mecenate, Guglielmo Marcuzzo,
che ha sostenuto interamente il costo del restauro».
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