Il campione del
mondo Alessandro Ballan si confessa: obiettivi,
passioni e un sogno segreto.
Il campione del
mondo trevigiano tra bicicletta, famiglia
e terra
«Sei veneti in azzurro, il simbolo del
nostro ciclismo è Bruseghin»
Dalla prima
vera bicicletta da corsa cadde subito, ma
Alessandro Ballan capì che quella era
il suo destino. «Non è di quelle
che monti e vai, no: devi imparare a stringere
il pedale, a mettere il piede a terra a ogni
incrocio». E non era nemmeno nuova,
il padre l’aveva scovata in cantina,
mezza arrugginita e l’aveva portata
da Rebellato a Salvatronda, a tre chilometri
dalla piazza col Bar della Borsa e dal duomo
con la pala di Giorgione.
Alessandro Ballan aveva 9 anni e Castelfranco
era una cittadina con le montagne alle spalle
e il mare nascosto dietro l’orizzonte,
l’acqua del fiume e le colline attorno
che quasi ti sembra di toccarle se allunghi
le mani. In questi i giorni i monti in lontananza
hanno profili bianchi di neve. Forse per la
loro collocazione geografica in mezzo a una
strada tra le più trafficate del Nordest,
i castellani diffidano del mare e dei monti.
Ballan ha imparato su queste strade e su queste
colline che sembrano dolci e d’improvviso
diventano aggressive.
Dice: «Qui c’è tutto per
il ciclismo: l’Asolano, il Montello
che è una palestra per chi va in bicicletta.
Tutto il Veneto è come una immensa
pista naturale per praticarlo».
Forse anche per questo il ciclismo (col rugby)
è lo sport più veneto, il più
popolare. Richiede fatica e sudore, sopportazione
al sacrificio, dedizione al gruppo, ma anche
individualismo al momento giusto.
«Agli ultimi campionati del mondo in
maglia azzurra noi veneti eravamo sei e questo
qualcosa vuol dire. Al traguardo tra i primi
quattro noi veneti eravamo tre e anche questo
qualcosa vuol dire!».
Certo nel Veneto c’è tutto: la
pianura che s’allunga a perdita d’occhio,
gli altipiani che tagliano le gambe e le rafforzano,
le montagne da scalare, passi che arrivano
a un metro dalle nuvole. Entri in una nuvola
col sole, ne esci col ghiaccio.
«Qui in Veneto ci sono grandissimi costruttori,
le ditte che fanno scarpe e componenti di
ogni tipo. Ci sono squadre in grado di affrontare
un Giro. E le persone che lo seguono sono
innamorate di questo sport. Il Veneto è
la bicicletta».
Ballan è in allenamento, chilometri
e chilometri fino a quando la luce del sole
taglia le strade che costeggiano il Muson
dei Sassi e dalle sponde umide s’alza
la nebbia. Così ogni giorno da quando
aveva 15 anni: «Prima lo facevo per
gioco, poi è diventato un mestiere
e sono arrivato fin qui».
Varese, ultima domenica di settembre, erano
quarant’anni che un italiano non vinceva
in Italia: «Sapevo di stare bene, correvo
tranquillo perché tutti controllavano
Bettini. Quando all’ultimo giro ho visto
che il capitano non c’era, ho capito
che potevo farcela da solo. E allo scatto
la folla è esplosa in un boato che
mi ha accompagnato al traguardo. La folla
ti dà la forza di dare tutto e di non
pensare a niente».
Ventotto anni compiuti il 6 novembre, sposato
con Daniela, due figlie: Stella di quasi quattro
anni e Azzurra nata nei giorni del mondiale.
«Dovevo andare alle Olimpiadi e mia
moglie propose per scherzo di chiamare la
bambina Azzurra. Non sono andato a Pechino
ma Stella ha praticamente deciso che la sorellina
si sarebbe chiamata soltanto Azzurra. Ha portato
bene. Il mio segreto è vivere a Castelfranco,
in via San Giorgio, in campagna, a tre chilometri
dal centro. Sono cresciuto qui e per me vuole
dire tantissimo».
La prima vittoria?
«La terza gara alla quale ho preso parte
con la mia squadra del Giorgione. Avevo sfiorato
il podio nelle altre due, a Zuliano nel Vicentino
volevo vincere. Mi ricordo ogni cosa benissimo:
ero tra i primi e il papà di un corridore
gridò al figlio di partire; io lo anticipai
e rimasi solo. Sono passati più di
vent’anni, ma il ricordo è nitido.
Amavo gli sport, ho anche praticato il basket,
ma era un gioco di squadra e non appagava
la mia soddisfazione come il ciclismo. Da
bambino vincevo io e la vittoria era solo
mia».
Non è più così?
«È logico. La squadra occorre:
c’è il gregario che ti permette
di arrivare alla fine e il capitano che finalizza
il lavoro. C’è bisogno di qualcuno
che tenga la corsa, in 300 chilometri uno
non può pretendere di controllare tutto
da solo».
Lei è stato gregario...
«Proprio per questo le cose si vedono.
Sono partito come gregario a tirare le volate,
a tirare in salita. La mia è una carriera
cresciuta passo per passo, so cosa significa
lavorare, cosa c’è dietro le
vittorie o le sconfitte. Uno che ha subito
i gradi di capitano queste cose non le capirà
mai».
A chi si è ispirato?
«Ho incominciato a seguire il ciclismo
in televisione ai tempi di Bugno e Fondriest.
Mi appassionavano soprattutto quelli che vincevano
le classiche del Nord. Per me vedere il Giro
delle Fiandre aveva un fascino particolare.
Poi c’è stata l’epoca di
Pantani, non si poteva crescere senza il mito
di Marco».
Il più forte visto in gara?
«Nelle gare di un giorno, Bettini. Faceva
paura. Nelle gare a tappe, Contador. Ma il
più forte in assoluto per me è
Armstrong con i suoi sette Tour. Non posso
fare paragoni col passato, ma uno che si presenta
al top per sette anni di fila e vince sempre
è un caso unico. Ora ci riproverà
e sarà un evento positivo per il ciclismo
perché porterà sponsor e richiamerà
le televisioni».
E Bruseghin?
«È il ciclismo veneto: un grande
lavoratore. È un amico, da tanti anni
corriamo assieme. Quando gli chiedi una cosa
la fa, per filo e per segno. Ha anche dimostrato
di essere in grado di fare classifica. Forse
potrebbe perfino farcela a vincere il prossimo
Giro d’Italia, è più difficile,
ha più cronometro, sembra quasi tagliato
per lui».
Cos’è il doping?
«È una malattia che sta facendo
del male al ciclismo. Facciamo tanti controlli,
forse siamo sulla strada giusta. Ci sono controlli
anche a casa, se un corridore s’allontana
deve segnalare dove si trova. A livello di
squadra siamo costretti dal regolamento a
denunciare immediatamente se vediamo qualcosa
di sospetto. Bisogna essere pazzi per farlo
ancora. L’unico rammarico è che
siamo trattati diversamente dagli altri sport.
Dove c’è competizione si trova
sempre qualcuno disposto a barare, a prendere
la scorciatoia. Noi siamo il solo sport che
si autofinanzia per i controlli, ma anche
quello preso più di mira. Ce la faremo,
il ciclismo non finirà, basta guardare
il pubblico sulle strade del Giro o del Tour:
sin che ci sarà questa gente, il ciclismo
vivrà».
Il suo 2009?
«In ritiro con la squadra tra pochi
giorni, in Toscana; poi una gara a tappe in
Portogallo. Ci sarò alla Tirreno-Adriatica,
alla Milano-Sanremo e alle classiche del Nord,
sino alla Parigi-Roubaix. Mi piacerebbe vincere
lassù».
E il Giro d’Italia: non le piacerebbe
partire da Venezia con la maglia iridata?
«È ancora tutto da decidere,
ma al Giro o si va da protagonisti o è
meglio evitare le brutte figure».
Come è Ballan in bici?
«Sono abbastanza completo, ma in salita
rispetto agli scalatori resto indietro. Sono
svantaggiato per il fisico, peso un po’
per la salita. Il mio forte sono le gare dure
e lunghe, quelle che superano i 250 chilometri.
Lì, rispetto ad altri che crollano,
rimango costante e posso esprimere il massimo
delle mie qualità». .
Se fosse per un giorno al governo
del ciclismo?
«Prima di tutto approverei agevolazioni
per gli sponsor. Sono scappati i grandi nomi,
occorre farli rientrare. Poi ripristinerei
la vecchia Coppa del Mondo con la vecchia
classifica. Rispondeva meglio ai valori dei
campioni».
Fino a non molto tempo fa i ciclisti
venivano presi in giro per la loro poca cultura:
in tv dicevano "Mamma, sono contento
di essere arrivato uno".
«Non era solo un fatto riservato ai
ciclisti, anche negli altri sport era la stessa
cosa. Siamo migliorati tutti, effetto anche
di una più vasta educazione scolastica.
Una volta non si riusciva a studiare, il ciclismo
era un lavoro faticoso e nemmeno ben pagato.
I tempi sono cambiati: io sono diplomato geometra,
alcuni miei compagni frequentano l’università,
ci sono corridori laureati. Non basta più
dire "sono arrivato uno", anche
se sei fortissimo. Devi saper stare davanti
alla telecamera, sorridere, parlare anche
se sei appena sceso dalla bicicletta dopo
trecento chilometri e hai il fondo schiena
che brucia e gli occhi arrossati dal fango».
Questo spilungone capace di commuoversi al
traguardo e di cercare con lo sguardo dal
podio la moglie con in braccio le figlie,
rappresenta l’antidoto veneto al cattivo
ciclismo. E allo stesso tempo la conferma
di un Veneto ciclistico: è la regione
con più tesserati, oltre ventimila,
e Treviso la provincia in assoluto con più
società. Ha 150 aziende con tremila
addetti che costruiscono le biciclette più
moderne e le esportano in tutto il mondo.
E a Castelfranco continuano ad allevare bambini
che cadono dalla prima bici da corsa. C’era
un tecnico che insegnava a tutti la sua lezione
di vita: «Tu devi pedalare a pane e
acqua».
Intervista di
Edoardo Pittalis per www.gazzettino.it